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" Il
Giornale", 25 marzo 2006
IL ROMANZO
Quando l'antica Ragusa
illuminava l'Adriatico
di Guido MATTIONI
Triste è l’uomo (o la
donna) senza un luogo dello spirito. Privo cioè di uno di quei punti anche
minuscoli sulla carta geografica, forse perfino apparentemente insignificanti
agli occhi di tutti gli altri esseri umani, ma dove è bello – intimamente,
individualmente, sempre caparbiamente – anche soltanto sognare di potervi un
giorno vivere o dove più concretamente sperare di ritornare al più presto. Per
una visita, per un abbraccio, per un bacio.
Perché il luogo dello
spirito, in fondo, altro non è che questo: un secondo amore nascosto, un
adulterio lontano, un peccato comunque confessabile. Perché assolutamente
lecito, casto, innocente. E il luogo dello spirito, l’illibato tradimento di
Cristiano Caracci, classe 1948, avvocato udinese, uomo di vasta cultura, oltreché
scopritore tardivo del proprio talento letterario, è senz’ombra di dubbio
quella che fu l’antica Ragia. O Dubrovnik, come è stata ribattezzata in
idioma più gutturale e senza dubbio meno dolce della lingua italiana. Ma
questa, come si sa bene, è tutta un’altra storia.
La storia che invece qui
interessa (e che ha fatto innamorare Caracci) è quall passata, quando Ragusa
era un vivace porto sull’Sdriatico, cresciuto via via fino a diventare una
florida repubblica marinara popolata di quell’irrequieta zente de mar, apolide per natura e mercantile per alterazione
genetica, si trattasse dell’ultimo dei barcaioli o del più ricco gestore di
empori. Quando la città era un luogo quasi magico, sospeso tra Oriente e
Occidente. Ma sospeso anche in quella luce tersa, dorata, che ha fatto
innamorare l’autore e che non a caso dà il titolo a questa sua seconda opera
(la luce di Ragusa, Santi Quaranta,
pp. 162, euro 11). La prima di narrativa dopo Né
turchi né ebrei ma nobili ragusei, un saggio storico-giuridico proprio
sull’antica città-stato.
Anche se non lo dice,
Caracci, friulano di nascita e piemontese per parte di madre, rivela però nel
suo scrivere e descrivere (ma in fondo, appunto, nel suo amare quel luogo)
l’influenza predominante – un fenomeno di ritorno – del sangue del nonno
paterno, siciliano di Partanna. Così si spiegano sia il suo privato e accanito
inseguimento della luce e del profumo salmastro del Mediterraneo appena ha
un’occasione di vacanza, sia questo suo amore pubblicamente trasformato in
parole, pensieri, capitoli. Luci e profumi che accompagnano – quasi si vedono,
quasi si sentono, proprio come ad aprire una finestra su quel porto – anche
l’intreccio umano dei protagonisti del romanzo, dipanato lungo un filo
narrativo in cui tanti protagonisti si alternano a staffetta, percorrendo le
generazioni. Su tutti uno, Bernardo Gundulig, uomo maestoso e dal nome già
intrigante. Ma di più non diremo, perché questa è la sua storia.
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