EDITRICE SANTI QUARANTA

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"La Sicilia", Lunedì 6 febbraio 2006

 

CARACCI

Il sogno senza dimora

di Luisa Trenta MUSSO

 

Prima è la notte degli schiavi, la frusta del padrone e del capovoga, la peste, il terremoto, la ferocia degli invasori. È il tetro contesto storico nel quale Cristiano Caracci scopre la “luce” di Dubrovnik, la “piccola” repubblica marinara adriatica; materia vibrante del suo recente romanzo “La luce di Ragusa” (Editrice Santi Quaranta) dentro una forma raffinata e molto originale. Lo scrittore cede il proprio io narrante ai personaggi, i figli di Dubrovnik che di questa hanno vissuto sulla propria pelle, di generazione in generazione, la storia amara e solare. Sono i marinai, i mercanti, i padroni. È lo schiavo profugo che della sua terra ha memorizzato le albe e i tramonti, l’inabissarsi della luce nella notte, il canto del “gallo sconosciuto in cima alla montagna”. E i sentori con i quali “tenta”, insieme alla sposa, di raccontare al figlio il mare trapiantandoglielo inconsapevolmente nel sangue.

È qui, in questo quadro – nel dramma di lacerazioni che vi è implicito – la possibilità dell’uomo di uscire dal tunnel della schiavitù e dichiarare il proprio diritto alla libertà. È la lunetta di luce della quale lo scrittore si impossessa per consegnarla al lento movimento di recupero. E non una tessera gli sfugge della figura su cui, forte di un acuto senso storico, ha puntato il suo obiettivo: la Ragusa dalmata con le sue feste, il suo “stradun”, le sue tradizioni, il suo commercio, il santo protettore. E il sonno senza sogni degli schiavi.

È bastato un niente per scavare un nido nella mente intorpidita dalla fatica. Forse per altri sogni e per altre immagini. Un niente di sasso portatore di una timida storia d’amore.

“… E lei mi chiuse nel pugno un piccolo sasso bucato, un sasso bianco di quelli scavati dalle conchiglie che mangiano le rocce”.

È la poesia. Anch’essa profuga del luogo di crudeltà in cui fortunosamente è germogliata. Né la si può estrapolare dalla sua matrice di sofferenza essendovi incarnata. È anch’essa la ferita viva dello sradicamento, la rivalsa straziata di un sogno senza residenza. È anche il pudico no alla violenza. Il sintomo inequivocabile di una forte volontà di vita. Di certo l’elemento equilibrante del romanzo di Cristiano Caracci. La luce, appunto. Non solo di Ragusa. Ma di tutte le città dell’uomo.

 

webmaster Marco Giorgini