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" Messaggero
Veneto", 1 dicembre 2005
Domani a Udine
"La
luce di Ragusa" si presenta ai lettori
di Mario TURELLO
Domani, alle 18, alla Libreria
Friuli, Hans Kitzmüller presenterà il libro di Cristiano Caracci La
luce di Ragusa, (Santi
Quaranta Editore, 163 pagine, 11.00 euro). Dopo aver ottenuto, lo scorso anno,
un lusinghiero successo con Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei (Edizioni
della Laguna, 120 pagine, 15.00 euro), un excursus storico-istituzionale sulla
città-stato di Ragusa-Dubrovnik
apprezzato dalla critica e dai lettori non solo per l’ampia ampia e solida
documentazione, ma anche per la
raffinata qualità letteraria, l’avvocato udinese rivisita la
storia della repubblica marinara adriatica che tanto ama in chiave decisamente
narrativa, rivelandosi scrittore eccellente e originale. Non sbaglia e non
eccede, Ferruccio Mazzariol, scrittore ottimo e “piccolo” editore di
qualità, nel presentare La luce di Ragusa
come «un vero “piccolo” capolavoro». Tale è innanzitutto in grazia della
scrittura: una prosa insolita, densa, evocativa, che molto esprime e molto più
suggerisce in termini di
sensazioni, di emozioni, di
pensieri. Usa un linguaggio di
controllata, sobria eleganza, Caracci, ma sconnette spesso, o piuttosto ricrea, la
sintassi, in modo sorprendente, con effetti di
felice oralità adattissima alla singolare successione di narrazioni quasi tutte in prima persona, ma praticamente mai in
discorso diretto. Uno stile che investe i personaggi di consonanza empatica, rendendone gli stati d’animo con intensità
mai sospetta di facile enfasi, e
sa commuovere davvero. È, ciascun io narrante, l’incarnazione della città
bellissima, della coraggiosa repubblica marinara, della “virtù ragusea” di
cui Caracci è innamorato e canta da rapsodo moltiplicandosi nelle voci dei suoi
umanissimi eroi. Le loro vicende, i loro legami e retaggi parentali o amicali si
saldano in tre secoli di storia di Ragusa, a
cominciare dal passaggio dalla dominazione veneta a quella ungherese sino al
terremoto del 1667, tracciando un arco di
splendore e decadenza: ogni esistenza frammento ed esempio di
una comunità tenace, intraprendente, più di
altre luminosa. È questa l’altra dimensione che fa la grandezza di
questo libro: Ragusa assurge a
utopia di un mondo pienamente
umano, improntato a valori profondi di
amicizia, di solidarietà, di
laboriosità, di serietà, di misura, di
saggezza; gli eroi di Caracci,
umili o potenti, vinti o vincenti, sono tutti modelli positivi, luce
possibile. E intenso è il loro rapporto coi luoghi, coi colori gli odori i
suoni della città, del mare, delle isole come Chio che profuma di
lentisco. È, quella dedicata a Chio, la
parte che più mi piace delle cinque di
cui si compone questo romanzo sui generis, non perché la più narrativamente compatta, ma perché mi sembra che, come in
un ologramma, contenga il tutto: anche la
silenziosa, appartata Mestà, città «che non si può dire» è un luogo
dell’anima: «Forse, si può solo dire di
quanto Mestà fosse bella e dolce, di
come fosse addirittura lieto quel suo colore, quell’aspetto di
arrocco a tutela di cose buone, di abitanti gentili e miti...». C’è da augurarsi che La
luce di Ragusa
abbia la buona accoglienza che merita, e si senta Caracci stimolato a
darci altri libri belli come questo, che fa bene senza essere (si veda il
finale) consolatorio. Libri rari, di
questi tempi, e necessari.
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