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La luce di Ragusa
(Cristiano Caracci)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

 

I mercanti ragusei, le loro relazioni commerciali nei Balcani e nel Mediterraneo, la maestosa figura di Bernardo Gundulig, la peste, il terremoto sono alcuni “fili” preziosi della tela intessuta da Cristiano Caracci all’interno de La luce di Ragusa. Ma ci sono altri “punti fermi”, altre cadenze, atmosfere, figure; altri personaggi a segnare l’opera. Il romanzo ha una circolarità di evocazione incessante: una sorta di staffetta continua passa la mano ai diversi raccontatori dando vita a uno splendido “diario”, che è insieme storia di una famiglia attraverso più generazioni e storia originale di Ragusa-Dubrovnik, la famosa “piccola” repubblica marinara adriatica.

La città, autonoma e mercantile, cresce agli occhi del lettore in una luce che è fisica e solare, smagliante però di una luminosità duratura e impalpabile, in certo senso metastorica, divenendo così il simbolo distintivo di Ragusa. La repubblica marinara si manifesta, talvolta, arcigna con i suoi figli migliori, però la nostalgia di quella luce li attira infinitamente e li spinge a ritornare. Caracci sa tracciare questa nostalgia e la luce di Ragusa; la vita, la storia, l’anima della città, dei suoi mercanti e della sua gente; le feste e le tradizioni; con una capacità narrativa sorprendente: la sua lingua è alta, ma fluente e bellissima; avvolgente e penetrante, riempie di stupore per il suo grande fascino.

La luce di Ragusa si rivela, quindi, in questi tempi morti per la narrativa, un vero “piccolo” capolavoro che fa di Cristiano Caracci, sconosciuto fino a ieri, un autentico, straordinario scrittore.


Prima pagina 

I

 

L’ULTIMA CAROVANA PER LA BOSNIA

 

            Al buio, smuovo la cenere con un bacchetto cercando l’occhio di un tizzone; tremo dal freddo e il mio braccio, la mano, le dita, il bacchetto tremano; così, proprio quando mi pare di aver visto un baluginio, quel tremolio intirizzito del bacchetto ricopre la perla.

            Devo decidere di accendere la candela, poi il fuoco, preparare una nuova intera fascina, sotto rametti secchi per coprirli di pezzi sempre più grossi; tentare quindi con l’acciarino, soffiare come un mantice, lacrimare finalmente alla prima fiamma vampata vicino al mento, lì dove sto soffiando.

            Quel gallo sconosciuto, in cima alla montagna, credo di sentirlo soltanto io, in città; lassù lui intuisce meglio la luce quando, da dietro il monte, il primo raggio si riflette lontano sul mare immenso, uno specchio, io penso, per quel gallo.

            Nessuno, insomma, si sveglia nella città, buia come la notte, a qual canto lontano del gallo di montagna; né, ancora, distinguo i primi soliti rumori dell’alba, il passo pesante degli armigeri verso il palazzo del Conte a ritirare le chiavi dei portoni, tanto meno il cigolio dei levatoi e delle ruote dei carri.

 

(…)


Rassegna Stampa

"La luce di Ragusa" si presenta ai lettori ("Messaggero Veneto", 1 dicembre 2005)

La luce dell'antica Ragusa nel racconto delle sue genti ("Il Piccolo", 6 dicembre 2005) 

Il sogno senza dimora ("La Sicilia", 6 febbraio 2006)

Quando l'antica Ragusa illuminava l'Adriatico ("Il Giornale", 15 marzo 2006)


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