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" La
Civiltà Cattolica",
18 dicembre 2004
ULDERICO BERNARDI, La festa
delle Vigne.
di
A. Monda
Come ci sono romanzi che hanno la pesantezza delle opere di
saggistica così capita invece, ogni tanto, di fare l’esperienza contraria, di
leggere cioè saggi che possiedono la “leggerezza” e la godibilità di un romanzo.
È questo il caso del saggio che presentiamo, dedicato, a dispetto del titolo,
piuttosto che alle vigne direttamente ai vini, agli oltre duemila vini italiani,
con particolare attenzione a quella zona del Nord-Est da cui proviene l’autore,
nato a Oderzo nel 1937.
Il
volume si concentra infatti sulle tradizioni e sul recupero dell’unitarietà
della cultura dei territori della Serenissima (specie nella zona tra il Carso e
l’Istria, quindi anche al di là delle frontiere attuali) definiti come una delle
330 regioni dell’Europa. Ma è proprio questo approccio personale, quasi
“intimo”, a dotare il saggio di una freschezza che rende la lettura del testo
molto piacevole, per la scioltezza del linguaggio oltre che per le molteplici,
dotte e preziose, informazioni. Del resto già cinque anni fa Bernardi, con
un’opera squisitamente autobiografica, Un’infanzia nel ’45 (Marsilio, già
tre edizioni), aveva rivelato un’autentica vena narrativa.
Sottolineare l’atmosfera “proustiana”, che abbonda in queste pagine, rischia
però di essere fuorviante: evocare la festa delle vigne quando la
meccanizzazione nella viticoltura ha rimpiazzato le moltitudini festanti di
contadini, che affollavano le vigne all’epoca della vendemmia, potrebbe in
effetti rappresentare una fuga in una vaga nostalgia del “mitico” bel tempo
andato. Si tratta in realtà di un richiamo alla sacralità del vino come bevanda
che da millenni scandisce gli accadimenti umani, incastonandoli in una cornice
rituale che rafforza i vincoli sociali e crea solidarietà. “Oggi ancora, osserva
l’A., ogni rito della memoria si apre con il vino. Siano cerimonie civili o
celebrazioni comunitarie, familiari, amicali. Riti collettivi dove il vino funge
da strumento essenziale della liturgia sacra e profana”. In questo rapporto tra
vino e rito, Bernardi pone in evidenza, forse inevitabilmente, l’intensa
relazione tra la bevanda e la cultura ebraico-cristiana e poi con la storia
stessa della Chiesa; non a caso il saggio si conclude con un passo del Talmud:
“Il vino bevuto con moderazione dischiude il cervello all’uomo. Colui che è
completamente astemio raramente possiede la saggezza”.
Se
la prima parte del volume, ricca di documentazione e interessanti
approfondimenti, è dedicata alla storia del vino, la seconda parte contiene una
“cantinetta letteraria”: variegata presentazione di canti popolari, di poesie e
di brevi trattati su specifici aspetti riguardanti il vino. Tra questi ultimi si
annoverano interessanti e curiosi scritti di Edmondo De Amicis, Arturo Graff,
Giuseppe Giocosa, Cesare Lombroso. Vengono poi citati “scrittori agricoli” degli
ultimi secoli della repubblica Veneta, come i poeti Giacomo Noventa di Noventa
di Piave e Berto Barbacani di Verona (1872-1950), entrambi espressione della
poesia dialettale veneta del Novecento. Attraverso l’opera di questi artisti
vengono decantati, con una certa enfasi, le località del veneto, Friuli, Istria,
Carso, ove si producono i vini storici, e sono ricordate con una certa nostalgia
le feste delle vigne dell’infanzia, inesorabilmente archiviate dal progresso
tecnologico.
La
partigianeria con cui Bernardi celebra la sua terra non guasta, ma è invece
funzionale a una precisa visione “politica”, che si basa sulla valorizzazione
delle culture locali (e in particolare dei dialetti) per cui l’A. sposta la tesi
dell’Europa delle regioni e auspica il superamento degli Stati nazionali nati
nell’Ottocento. Il vino insomma è, anche a livello simbolico, collegato alla
dimensione della festa, e, così sembra suggerire con acume l’A., non esiste
niente di più serio. |