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" Avvenire",
Venerdì 6 febbraio 2004
La vigna e la festa del sacro
di Antonio
Giorgi
In
tempi contrassegnati dal dilagare di una ondata di terrorismo
salutista (o forse è solo
stupidità?) ci vuole un poco di coraggio
a dare alle stampe un libro
che tratta con accenti colti e gioiosi
di quel bene che è un elemento costitutivo della civiltà dell'occidente
e che si chiama vino.
Ci vuole fegato a parlare del vino
illustrandone gli infiniti risvolti
legati alla storia, alla ritualità, al sacro, alla
poesia. Qualcuno -temiamo
- sarebbe capace di
inorridire al pensiero che nel corso
di una certa cena
pasquale di duemila
anni addietro o giù
di lì il capotavola abbia
riempito una coppa, ne abbia benedetto il contenuto, lo abbia
assaggiato dicendo ai commensali:
«Ecco, bevetene anche voi». Ma nel vino, assicura un
adagio nella lingua dei nostri padri, sta la verità, e la verità non si può
tradire.
Ha
avuto dunque coraggio Ulderico
Bernardi a proporre con il suo
La festa delle vigne (Santi Quaranta,
pagine 215, euro 11,00) una
lettura in chiave culturale dell'universo enoico, partendo dal sentimento
gioioso che suscita la vendemmia
per approdare a dar conto
della coralità che crea la degustazione di un rosso sapido o di un bianco
brioso. Bernardi, opitergino per nascita, trevigiano di
adozione, insegna a Ca' Foscari dove tiene la cattedra di sociologia dei
processi culturali e comunicativi.
È un uomo del Nord-Est
consapevole che tanto a Oderzo quanto aTreviso (e non solo) il vino è più che una bevanda, è un catalizzatore di
identità. Il libro, confessa
l'autore, nasce anche con
l'ambizione di fare in
modo che ognuno, nel bicchiere,
«ritrovi una saggezza
visionaria se sogna un mondo estraneo
alle innovazioni, oppure impari ad essere più umano bevendo
alle fonti della tradizione se è talmente invaghito del nuovo da essere
disposto a cedere ogni potere
alle macchine».
Lei
dicendo questo presenta il vino
come fattore di riequilibrio rispetto
ad orientamenti eccentrici
se non addirittura stravaganti.
Il bicchiere è (o può essere)
un concentrato di pillole di saggezza
se saggio è già in partenza il fruitore del frutto delle vigne.
Lei è sociologo, ma non ha fatto un trattato di sociologia.
«Però
ho scritto da sociologo, non da
storico e nemmeno da enologo. Vero
è che ho scritto
per tutti, non per
gli specialisti di questa o quella disciplina. La prosa di ogni capitolo è
seria ma anche briosa, ritengo che la lettura sia agevole e interessante. I
riferimenti ad ampio spettro spaziano dalla cultura classica a quella popolare
della nostra gente. Popolare fin che
vogliamo ma non di serie B. La mia è un'opera che ha richiesto lunghe ricerche e tanta fatica perché l'analisi non peccasse di
superficialità».
Che
immagine offre del vino?
«Non
certo l'immagine di una mercé
e neppure quella di una droga
o di qualcosa del genere. Presento
il vino come un elemento fondativo
della nostra civiltà di cristiani,
un bene culturale irrinunciabile, un documento vivo nell'archivio
dell'umanità (storicamente
il vino è il bene fornito
da una società evoluta, radicata e stabile), una sacra metafora, una prodigiosa
allegoria sociale.
Senza farne una esaltazione acritica, ovviamente».
Altre
culture, civiltà diverse dalla nostra,
hanno però decretato l'ostracismo
al bicchiere.
«Allude
ai musulmani? L'interdetto risale ad epoche precedenti l'avvento
dell'Isiam. Il vino è proibito
perché può inebriare. Una operazione del genere fu tentata anche con il caffè, capace di eccitare».
Ognuno
ha i suoi gusti, e lei mi insegna
che di questi è opportuno non
discutere. Noi teniamo il nostro vino, anzi i nostri vini.
«Che
in Italia sono davvero tanti, più
di duemila secondo il censimento
dell'Istituto nazionale di
sociologia rurale. Una ricchezza per il paese, per l'Europa, per il mondo
intero. Dobbiamo dire grazie anche alla Chiesa,
che ha sempre avuto in
alta considerazione il
vino nell'impiego liturgico
e nel consumo domestico ad uso alimentare, così come ha combattuto gli eccessi
delle gozzoviglie.
Nelle canoniche di campagna
i parroci erano orgogliosi
di stappare una buona bottiglia
davanti agli ospiti».
Parlando
di parrocchie, mi fa ricordare
che in Valle d'Aosta narrano
di un vino dei terreni della
chiesa di Chambave, capace...
di risuscitare i morti.
«Vini
eccezionali, sì, che spesso venivano
da una piccola vigna. Nel Veneto
contadino non era ragione di
scandalo il fatto che a sera il parroco raggiungesse le sue pecorelle ali
osteria del paese. La sua
presenza frenava le bocche blasfeme».
Il
consumo pro capite diminuisce, ma l'alcolismo esiste e costituisce una piaga
sociale. Questo è un problema,
no?
«Un
problema che non si risolve con
il proibizionismo, con scelte ispirate
dal fanatismo che poi portano
a violazioni di massa del divieto,
come ha insegnato il
caso degli Stati
Uniti. L'abuso alcolico va affrontato
con una accurata prevenzione,
a partire da una
corretta conoscenza e dallo studio delle cause».
Professor
Bernardi, il suo libro si chiude
con una chicca, una pregevole
"cantinetta letteraria" con
brani scelti di autori che parlano
del vino, dalla "Benedictio vini" del Rituale romanum di Paolo
V a testi di De Amicis, Lombroso,
Graf, Giacosa, Tofanelli...
«È
per chi vuole andare oltre. Per quanti
vogliono capire e saperne di più».
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