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" Libero",
giovedì 8 gennaio 2004
STORIA SOCIALE DELLA BEVANDA
NEL SAGGIO "LA FESTA DELLE VIGNE" DI ULDERICO BERNARDI
Il vino è di destra. Anche
quello rosso
Nel ventennio era il
prodotto autarchico per eccellenza. Tanto che Mussolini coniò lo slogan: chi lo
beve vive più a lungo del medico che glielo proibisce
di Renato
Bertacchini
Il
testo biblico cita Noè, sopravvissuto
al Diluvio, che appena
uscito dall'Arca pianta una vigna. Il Genesi
prosegue: «bevve del vino, si inebriò
e si scoprì nudo nella sua tenda».
La vita riprende Noè celebra il patto
con l'Eterno, bevendo. Ancora oggi
ogni rito di memoria si apre col vino. Cerimonie
civili, celebrazioni comunitarie, incontri familiari sono tutti eventi collettivi,
dove il vino funge da strumento
essenziale della liturgia sacra e profana. L'aperitivo, i brindisi, il bicchiere della staffa, il mescere ai
commensali durante il pasto segnano
altrettanti momenti della vita sociale. Con
"La festa delle vigne"
(Editore Santi Quaranta), Ulderico Bernardi,
scrittore e sociologo a Ca' Foscari,
compie un viaggio documentato e brioso lungo
i percorsi del vino nei secoli.
Oltre
ad essere un "profumato
liquore", il vino è anche
un bene culturale. Il trevigiano
Bernardi - autorevole
membro del Centro Studi dell'Accademia
italiana della Cucina - pensa secondo lo sguardo
dell'antropologo. Narra storicamente
opere e giorni del protagonista vino recuperando
usi ancestrali, proverbi e modi di dire popolareschi.
Accanto ai simboli e alla leggende,
riferisce brani gioiosi e severi di
grandi scrittori da Giovanni Rajberti
a Cesare Lombroso, da Edmondo De
Amicis a Silvio Benco, che
s'intrattengono e dialogano col vino.
Bere
on thè road, importanza
di osterie, taverne, bettole,
nella vita di relazione. L'osteria
è messa al posto giusto
ne "La festa delle vigne". Non
camuffata, arredi e nomi falsi non trasferiti grottescamente nell'odierna
hostaria, oppure enoteca, o più squallidamente
bar. L'osteria autentica
si annunciava con tanto
di insegna dipinta o disegnata
nel ferro, "Alle due spade",
"All'Oca Bianca", le panche
senza schienale, l'immancabile allegro gioco delle
carte, i rumorosi canti corali
degli avventori avvinazzati. Celebre nei
"Promessi sposi" manzoniani la "spranghetta", la sbornia che Renzo si prende
all'Osteria della Luna Piena; colpa del vino traditore che «quando
è giù, è lui che parla».
Circa
le virtù terapeutiche
del vino ancora si discute.
Una volta nessuno metteva in dubbio questa funzione. Già l'Apostolo Paolo
nella sua prima al Timoteo gli raccomandava; «Non voler bere solo acqua, ma
usa un poco di vino a causa del tuo
stomaco e della tua salute cagionevole».
La stessa formula della «Benedictio vini prò infìrmis» (1614) implora la divina benedizione della bevanda moderatamente
alcolica a favore dei malati.
Ma
il vino ristoratore conta per la madre uva
numerosi nemici: grandine, parassiti (la
terribile fìlossera), siccità, gelate,
insetti, ladri notturni. Alla fine del 1800 vennero sperimentate
«stazioni di sparo», puntando
speciali cannoni contro le nubi
grandinifere; pratica durata fino a ieri con l'impiego di razzi
anti-grandine. Insieme con l'artigliere delle
tempeste, altri mestieri si
estinguono, come il guardiano di
vigne e l'acchiappamosche. Nascosto
dentro un capanno di paglia, il primo
vigilava contro i furti rurali, frequenti in tempi
di miseria. Il secondo, l'acchiappamosche
lavorava nei giorni della maturazione dell’uva, quando comparivano
sui muri dei paesi i manifesti della «Campagna di lotta
contro l'anomala della vite (Mosca
d'oro)». Vi si offrivano lire 1 e
centesimi 80 per
ogni chilo di mosche abbattute
e consegnate.
Discussa e controversa
l'opportunità o meno di distribuire
alcolici alla truppa.
Alcuni eserciti stranieri
escludevano il vino dal vitto.
Preso coi pasti e nella misura regolamentare,
il vino era invece considerato buono,
piacevole complemento delle razioni militari italiane.
Purché non se ne abusasse, non si
ripetesse (scriveva Filippo Rho, generale medico) ciò che accadde
all'inizio della guerra libica.
L'eccesso di sentimenti patriottici e
coloniali determinò l'invio sull'altra sponda
del Medi terraneo di una quantità
enorme di bottiglie alle truppe.
Avidi, interessati speculatori, sotto
gli occhi complici delle autorità,
aprono ben 700 osterie, spacci di vino e liquori nella sola città di
Tripoli; senza nessun riguardo per il
clima caldo e la sobrietà necessaria
a mantenersi in salute.
Anche
nelle cucine dome-stiche,
preparando le vivande in anni difficili, il
vino svolge un ruolo patriottico. Memorabile
uno dei tanti imperativi categorici lanciati
dal Duce: «Chi beve vino vive più
a lungo del medico che glielo
proibisce». Il Fascio Femminile di
Padova, nel libretto dedicato alle
ricette di cucina "antisanzionistiche",
incita a usare il vino quale
condimento italiano particolar mente
adatto a battere, ridicolizzare
le "inique sanzioni"; risotto
al vino bianco, cappone al vino nero
(salvo ad avercelo il cappone).
Radicato
nelle nostre culture mediterranee, il vino conosce
la trionfale celebrazione dei poeti. Seicento anni prima di Cristo, il
greco Alceo di Mitilene compone un
solo verso per esaltare la pianta benemerita produttrice
del vino; «Non piantate che un
albero: la vite».
Afferma
il commediografo latino Terenzio:
«Sine Ceret et Libero,
friget Venus»; senza pane
e vino (Libero è uno dei tanti
nomi di Bacco o Dionisio)
l'amore trema. La morte non
ferma i Romani dal celebrare
il vino. Amano tanto la bevanda
da tesserne le lodi persino
sulle pareti tombali: «Agli Dei Mani di
Tiberio Claudio Secondo: ha qui tutto
con sé. Bagni vino e Venere disfanno i nostri corpi, ma bagni
vino e Venere fanno la vita. Visse 52
anni». Il poeta francese Baudelaire
non è tenero con gli astemi: «Chi beve
solo acqua ha un segreto da nascondere
ai suoi simili». De Amicis definisce
il vino «secondo sangue della razza
umana». Con rustica, poetica lode
alla grande, un bracciante veneto delle bonifiche lagunari chiama il vino "el
passin del Signore", la pipì di Dio.
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