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"Tuttolibri" de "La Stampa", Giovedì 5 novembre 1995

GIOVENTU’ E INNOCENZA ALLA DERIVA DA 40 ANNI

di Sergio Pent

Con la buona volontà, critica e amatoriale, non si può proprio affermare che La deriva, remoto romanzo di Brignetti, sia un bel romanzo. Faticoso e ripetitivo anche nella cronaca colloquiale della quotidianità, si legge col dovere responsabile che può spenderci uno studente secchione in vista dell’esame. Come la più parte di noi, crediamo, ruminava la novella di don Lisander in funzione del tema in classe. D’altro canto, ci sono libri che talvolta riaffiorano, dalla memoria delle analogie, dalle sepolture precoci, o mischiati a più fortunati e interessanti recuperi da opera omnia, per farci scoprire che comunque – anche nel gioco soggettivo delle diffidenze – hanno fotografato un’epoca. Ne sono, in bene e in male, le lapidi letterarie. In qualsiasi caso, La deriva è come quei motivi datati che si riascoltano con sufficienza, ma poi dentro scalpitano i ricordi e allora i facili ritornelli fanno presto a diventare i ritornelli dell’anima. Certo, il lirismo puro e magico delle opere maggiori – Il gabbiano azzurro, La spiaggia d’oro – qui annaspa ancora in connotazioni neorealistiche un po’ furfantelle, intrise di esistenzialismi da riporto che oggi fanno soprattutto sorridere, anche se qui si entra in un discorso di tempi e di mode.

Certo "salmeggiavano accozzandosi onde frapposte" o "le fioriture del viaggio attraverso le strie di ruggine" che hanno eletto l’isolano Brignetti a cantore della narrativa di mare, qui non trovano ancora spazio, se non nell’elezione affettiva dell’Isola d’Elba a ragione dell’anima, che custodisce il passato e fors’anche il futuro dei protagonisti. Trenta e magari qualcuno in più, riuniti a festeggiare la fine delle vacanze nell’ultima sera d’agosto, a casa di una componente dell’eterogeneo gruppo. Giuliana Gramigna parlò a suo tempo di "referto al chiusi di disordine e smarrimento precoci in un gruppetto di giovani del dopoguerra". Il romanzo è del ’55 e tra i personaggi compaiono reduci veri – Nico, Alipio, Elia – e diciottenni svagati che la guerra l’hanno vissuti con gli occhi dell’infanzia. Esiste, a tratti, il confronto tra passato e presente, ma più che un romanzo di reminescenze, La deriva è un progetto generazionale ancora confuso e provvisorio, come succede quando le speranze hanno appigli personali e poco altro.

Quasi in tempo reale, tra la sera del 31 agosto e l’alba del 1 settembre che si apre sulla morte un po’ troppo teatrale di Anna – contesa da molti ma sfuggente ad ogni vincolo concreto – Brignetti esprime una collettiva perplessità di vivere, indovinata attraverso le frasi "banali" o private dei festeggianti, che guardano al ritorno a casa come alla fine di una stagione della vita, più che dell’anno. Si intrecciano rapporti mai conclusi, si scambiano coppie mai veramente ufficializzate, si cazzeggia al suono assillante del bolero di Ravel gettonato a raffica, si beve cherry perché non c’è altro, si sputa qualche parolaccia per darsi un tono, si accusano certe ragazze di ragionare "come nei giornali a fumetti". La notte si esilia senza che nessuno riesca a concretizzare un rapporto, sia esso d’amicizia o d’amore. C’è chi sfarfalleggia come Oreste e chi si rassegna come Carmela di nero vestita, chi riflette in eccesso come Elia e chi rammenta la prigionia come Alipio, chi legge poesie come Manrico e chi gradirebbe attenzioni meno aleatorie come Mietta…

Fuori della casa dove la festa è infine sfumata, l’Elba accoglie nell’abbraccio del mare i suoi ospiti senza orizzonti. I gruppi si disperdono, a ballare su alla Torre o a passeggiare a suon di schiamazzi nel buio, "scandalizzando" gli isolani dormienti. È un disperdersi metaforico, una deriva che non lascia spazio a speranze esuberanti, come se tutto il meglio della vita si fosse esaurito nelle prospettive mancate di quella festa che è un po’ l’addio all’innocenza. Si presentano assai maturi nei dialoghi, questi personaggi, ma portano con sé un’ingenuità di fondo quasi disarmante, che nella polifonia dei destini diventa un inno all’incapacità di credere in qualcosa. Forse perché già allora risultava difficile trovare veri punti di riferimento, chissà.

Oltre l’isola c’è l’incognita del mondo in una stagione per noi remota, rivissuta nei suoi disagi e nelle poche, risibili illusioni. In questo, soprattutto in questo, il valore storico del romanzo di Brignetti è unico e preciso, e in tale prospettiva – più documentale che letteraria – ci si deve accostare alla lettura. Aggiornandone le disillusioni, potremmo scoprire la stessa vocazione alla "deriva" in molte fasce smarrite di qualche più recente gioventù.

webmaster Marco Giorgini