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La deriva
(Raffaello Brignetti)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
A oltre quarant'anni dalla sua prima pubblicazione, voluta
da Vittorini nei "Gettoni" di Einaudi (1955) su suggerimento di Italo Calvino,
ritorna La deriva, opera straordinaria e inusuale di Raffaello Brignetti
che dà un quadro profondo del male di vivere di tutta una generazione giovanile.
Lo scrittore segue con minuziosità e freschezza una festa
d'addio di fine estate a Marciana Marina nell'Isola d'Elba, che terminerà sulla
terrazza della Torre "alta sulla diga del porto, rotonda e chiara". Al fondo
della notte di baldoria, estenuante e triste, si avverte un forte senso di
inettitudine e di precarietà: i ragazzi si rivelano "irresoluti ed infedeli",
mentre le storie d'amore che si intrecciano sono "molte, plurali, provvisorie".
Italo Calvino, scrivendo a Brignetti prima della pubblicazione
del romanzo, aveva immediatamente colto la grandezza de La deriva: "Un
libro importante perché sei riuscito a fissare una cosa, un aspetto della vita
associata d'oggi, che è chiaro, d'esperienza comune, eppure nessuno l'aveva
rappresentato, e una volta letto, il tuo libro acquista un'immagine che vale per
sempre". La deriva ha i colori e la prospettiva della "piccola" patria
isolana che all'istante si dilatano, grazie alla sapienzialità psicologica, in
una dimensione narrativa di respiro europeo.
L'autore procede con una lingua puntigliosa e familiare, densa e
frastagliata, capace di delineare indimenticabili ritratti di giovani donne nei
loro diversi caratteri: prima fra tutte Anna, figura sconvolgente e tragica, che
"aveva parole trasparenti e chiare come il viso, come gli occhi".
Ma non mancano splendidi ritratti maschili; il "cedevole e
disparato "Elia, il cinico Oreste, il bizzarro Manrico e il cocciuto san
Filippo.
La deriva si dona al lettore come un romanzo magistrale e
polifonico, realistico e sognante, talvolta perfino burlesco; e vi si può
intravedere, in quel suo ritmo narrativo che instancabilmente sciaborda, una
metafora del mare, dove convivono la bonaccia, il movimento e il naufragio.
Mentre si staglia permanente, schietto e affascinante, il "personaggio"
dell'Isola d'Elba.
Prima pagina
I
Da una porta aperta si vedeva Manrico che stava recitando di là una poesia con accento un po’ falso: leggeva e roteava le dita intorno all’orecchio. A un tratto si voltò e disse: - Cos’hai da guardare, San Filippo!
Oh, - fece lui confuso. Ma subito si riprese. – Credi che stessi guardando proprio te?
Mietta aveva ascoltato la poesia soltanto perché si trovava lì. Approfittò dell’occasione. – Andiamo di là, vieni, - disse a Manrico.
Di là dove? Questa camera è il punto meno tempestoso della casa. Senti… - Rimase un momento silenzioso sollecitandola con un nastro. – Dì, pigra – le disse, - stai un po’ attenta. Stasera non c’è mica il sole? – Mietta rispose che aveva caldo lo stesso. Continuò a spiegare questo tipo di caldo con una specie di mugolio. Manrico avrebbe dovuto avvicinarsi di più a lei, ma non lo fece: leggeva. Poi s’interruppe e parlò di nuovo con voce normale. – Ci hanno disturbato – disse.
- Eh? – fece Mietta.
- Ci hanno sciupato l’attimo -. Alzò la voce: - Tu San Filippo dovresti continuare a occuparti dei bicchieri!
Si sentiva dalla cucina un tintinnio affrettato, come se quello stesse sbrigando tutto alla svelta prima di venir via.
- Chiudiamo la porta, - propose Manrico alzandosi.
Mietta si lamentò: - Con questo caldo?
- Va bene, - fece Manrico: - non capisco però da dove ti venga tutto questo calore -. Ricominciò a leggere. Molti fogli erano sparsi sul letto. Il nastro giallo giaceva fra le gambe di Mietta tutto arrotolato.
Mietta aspettava qualcosa e non stava attenta; forse la fine della lettura, o proprio un fatto; insomma, una cosa migliore.
(…)
Rassegna Stampa
La deriva ("La Repubblica", 21 settembre 1998)
GIOVENTU’ E INNOCENZA ALLA DERIVA DA 40 ANNI ("Tuttolibri" de "La Stampa", Giovedì 5 novembre 1995)
L’indomabile solitudine della gioventù ("L’Unione Sarda", Giovedì 19 novembre 1998)
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