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" Corriere
della sera", 6 dicembre 2005
Un siciliano in laguna
ELZEVIRO. I libri di Antonio
Russello
di Matteo COLLURA
Un libro dedicato a Venezia,
la città del mistero e del melodramma come mai, forse, è stata narrata. Una
fantasiosa recita letteraria in un luogo senza tempo, dove tutto appare finzione
e non si sa più se calli e lagune e mosaici fastosi siano la realtà e non quel
che negli occhi rimane di capolavori pittorici e negli orecchi di melodie
mozartiane.
E’ questo, dovendo
semplificare, La danza delle acque. A Venezia (pagine 144, 11,00 euro),
il quarto romanzo di Antonio Russello che la casa editrice Santi Quaranta di
Treviso ripropone con l’intenzione dichiarata di rendere giustizia a un grande
scrittore siciliano morto (or sono quattro anni) sconosciuto in Veneto, dove
aveva insegnato nelle scuole superiori.
La danza delle acque, come L’isola
innocente (2002), è romanzo difficilmente classificabile, comunque lontano
dagli stereotipi letterari siciliani ai quali possono essere assimilati La
luna si mangia i morti (2003) e Storia di Matteo (2004). Anche qui
c’entra l’isola “impareggiabile” (la voce narrante è quella di un
siciliano emigrato a Venezia, dove ha trovato un lavoro in banca), ma soltanto
per un accenno autobiografico, perché niente –nel linguaggio, nello stile,
nella forma mentis del riluttante bancario- è collegabile a
un’appartenenza geografica, antropologica, culturale.
E’ Venezia la protagonista
del romanzo, una città che il bancario aveva “nel subcosciente” prima
ancora di mettervi piede; un luogo che costringe a guardare il mondo da altre
angolazioni, da impensate prospettive. Una di queste è data dal dialetto. Va
segnalato l’uso della parlata veneziana che in questo romanzo si fa sonoro
goldoniano, e perciò lingua teatrale per definizione.
Scritto tra il 1963 e il 1964,
questo romanzo è un’immersione in una estraniante realtà come effettivamente
può accadere a Venezia, perfetto luna park. Nella descrizione delle
macchinazioni architettoniche come nella semplice registrazione dei lenti moti
d’acqua, l’allucinata visionarietà di Russello fa pensare all’estro
corrusco di Giorgio Manganelli, alla sua postuma e ineffabile Palude
definitiva.
Ma è più concreto, qui,
Russello. Lo sciamare dei turisti nelle calli e il loro formicolare in San Marco
sono la plastica rappresentazione di una umanità in fuga da se stessa. E vi si
scorgono i vinti e i vincitori di guerre lontane e recenti; vi si scorgono
aguzzini e le vittime dello spaventoso Olocausto. E in questo romanzo è come
un’ossessione il balenare del ricordo dei martiri di Auschwitz e di Treblinka,
si avverte come una lacerante dissonanza nella sua piacevole musica.
Ma perché a Venezia, questo
imperioso affiorare di una ferita che non si rimargina? Perché, annota Russello,
a Venezia il pasto dei colombi è “quasi geometrico, a rettangolo”; e perché
in piazza San Marco “pare d’essere a bordo d’una zattera dove il popolo
sembra di starci in rotta come sul più sicuro e stabile luogo del mondo e dove
il respiro dell’universo e quello di tutti i sistemi solari e di tutte le
altre galassie, sembra stranamente posto…”. A Venezia sembrano Kapò –dice
l’impiegato di banca inventato da Russello - coloro i quali danno da mangiare
ai colombi.
Ma non si pensi, letta questa
citazione, a un racconto di tristi rievocazioni. La danza delle acque è un
godibile caleidoscopio in cui Venezia si offre a tutte le fantasie. E in cui una
piccola brigata di impiegati di banca fellinianamente sbarca il lunario,
inseguendo sogni e credendo di trovare il senso della vita nel riflesso dei
canali.
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