EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Corriere del Veneto", 5 gennaio 2006

 

E nella danza delle acque Venezia visse tre volte

Il romanzo "sperimentale" di Antonio Russello, fra bancari vittime di kapò e una città eterna raccontata fra musica e pittura

di Isabella PANFIDO

  

“Ho scelto Venezia per la memoria del futuro”. Cosi risponde Gabriele, il protagonista di La danza delle acque. A Venezia, alla inquisitoria del direttore di banca che lo accoglie al primo giorno di lavoro a Venezia. Cosa potrà capire il Torquemada bancario della vera motivazione che ha spinto un giovane letterato siciliano ad abbandonare la sua isola per le umide plaghe di pietra della città nordica? Nulla, naturalmente, e Gabriele se ne rende conto: sa di essere un corpo estraneo all’interno della solida struttura di quella banca del sud saldamente piantata nel centro di Venezia, con l’affaccio sul campo di San Bartolomeo, proprio davanti al testone di bronzo di Goldoni.

La danza delle acque di Antonio Russello (Favara 1921- Treviso 2001) è il nuovo romanzo che la casa editrice Santi Quaranta ha deciso di dare alle stampe, quarta tappa della benemerita impresa di riscoperta di un sorprendente scrittore e del suo multiforme patrimonio di opere inedite. Russello è Gabriele, giovane siciliano laureato in lettere che sceglie Venezia per incarnare un sogno, per dare corpo alle immagini che hanno popolato la sua fantasia di bambino, Venezia è il luogo dove tutto è possibile, dove l’inizio e la fine coincidono in una circolarità che ha le caratteristiche del mito. Gabriele –Antonio Russello ha scelto Venezia per la memoria del futuro, a quella memoria è dedicato il romanzo che è stato composto tra il 1963 e il 1964, con il titolo originario di Venezia zero. Parlare di romanzo a proposito di questa opera non è del tutto pertinente: esso, infatti, sfugge ad una catalogazione precisa del genere letterario, in quanto non narra uno sviluppo, un intreccio vero e proprio; ritorna, piuttosto, secondo una ipotesi di romanzo sperimentale, su un medesimo nodo esistenziale per tre volte, secondo altrettanti registri narrativi o chiavi tonali. Non a caso si fa ricorso a termini di ambito musicale: La danza delle acque evidenzia caratteristiche analoghe a quelle della musica tonale, abbatte le barriere della frase, accoglie varianti fonico ritmiche, anche al di fuori della pertinenza semantica, estende la potenzialità espressiva del testo attraverso piccoli spostamenti nella cronologia della vicenda.

Il libro si compone di tre parti, denominate letture; ogni lettura racconta dell’avventura di Gabriele nell’acquario umano della banca, dei suoi spaesamenti nella scoperta tortuosa e affascinante della geografia veneziana, del suo doppio livello di coscienza di impiegato e scrittore. Per ciascuna delle tre parti la chiave della lettura si modifica secondo medium diversi: la pittura, la musica, lo stato acquoreo, ciascuna concludendosi con la citazione dantesca della chiusa delle tre cantiche. Cosi Venezia che non è sfondo ma assoluta protagonista  si modella e trasforma, formidabile materia plastica si lascia plasmare in fantasma, ossessione, labirinto, arca, senza tuttavia farsi possedere. La Venezia di Russello, ma anche il libro stesso nella sua originalissima complessità, ricorda da vicino la Pietroburgo di Belij, nell’omonimo romanzo, e certo anche le fattezze fantasmatiche e grottesche delle atmosfere nordiche di Gogol’, posta la dovuta differenza tra il perdente impiegatuccio Akakij Akakievic di Il cappotto e il fiero bancario ribelle silenzioso Gabriele. Venezia, la sua piazza, in cui “pare di essere a bordo di una zattera dove il popolo sembra di starci in rotta come sul più sicuro e stabile luogo del mondo” (pagina 36), dove le palazzate si susseguono in un omerico elenco di nomi musicalissimi ed evocativi “Palazzo Salvati s’attacca a Palazzo Barbarico, e il Contarini al Loredan, al Rezzonico e ai palazzi Giustinian, Foscari, Dandolo, Grimani, Donà…palazzo Manin che s’attacca al Loredan, alCorner, al Mocenigo, al Grassi, al Pisani, al Gritti, al Contarini, al Tiepolo, al Giustizian…” (pagina 72) e i dogi, antichi eroi imparati a memoria e contemplati da Gabriele bambino in Sicilia come le figurine dei calciatori, popolano ancora le calli e i campi della Venezia di Ruscello, dove Gadriele si perde e fonde in un continuo abbandono onirico.

Ma La danza delle acque, nella sua struttura a spirale, non manca di momenti di ironia e leggerezza, come nelle pagine dedicate ai ritratti dei colleghi di lavoro, nell’acquario umano della banca, in cui nuotano pescicani, come l’ottuso e dispotico direttore Marino, ma accanto ai predatori, anche serafici pesciolini, indomabili o domati, comunque compagni di sogno del nostro Gabriele. Il misterioso amico Vittorio, siciliano anch’egli, eterno scrittore notturno, coinquilino del protagonista prima nell’appartamento delle vecchine di stampo gozzaniano e della generosa e seducente vedova sulla riva del Carbon, in seguito. La coppia inscindibile Merlo –Pierini, carnefice dall’eloquio dialettale il primo, vittima lacrimevole e taciturna il secondo, che insieme ”sono il senso comune, la mediocrità compiaciuta di se stessa, che ha il gusto facile, che si è fermata a Verdi, la cattiva coscienza delle cose che vanno male a questo mondo…”. Un testo denso di rimandi pittorici e musicali, per una scrittura ad elevato potenziale esplosivo, rarefatta di punteggiatura, torrenziale.

webmaster Marco Giorgini