EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Avvenire", 9 gennaio 1993

Pasqualino, l’ironia è una parabola

di Claudio Toscani

"Dovrei tornare, sì, all’impegno degli anni dei miei scritti di filosofia del linguaggio. Ma il viziaccio di un certo scanzonato modo di pensare e di esprimermi, oltre che di comportarmi, mi domina ormai a tal punto che sono tentato, se non di giustificarlo, almeno di spiegarlo…".

Settantenne siculo-romano, umanista ma anche romanziere, filosofo e cionostante esperto del teatro dei "pupi", saggista e tuttavia bricoleur intellettuale, Fortunato Pasqualino torna dai suoi lettori con una piccola summa della sua vera vena di "zingaro" del pensiero (sospesa tra il crepitare di una gioiosa casistica di interrogazioni e di "incanti" speculativi, e un altrettanto gioioso ventaglio di risposte dalla stupita, o magari magica, ma in ogni caso dilatante maieutica creativa).

Raccoglie così, il sapiente e sapienziale Pasqualino (scrittore di Bufera, scrivente in Roma) pagine "danzanti" in svelti capitoli dai titoli un po’ paradigmatici e un po’ paradossali, come "Socrate baccante", ad esempio, o "Vangelo secondo Satana", o "Processo ad Abelardo". Ora in forma di racconto, di apologo, di dialogo; ora in forma di epistola, come nella straordinaria "Lettera a Platone". Poi ci sono scherzi, confessioni, "sproloqui", "asinità", e non di meno cose serie, quali "La donna e il lapsus", "La grazia del dubbio", "I linguaggi della filosofia", La danza del filosofo (questo è il titolo del libro), non poteva non coinvolgere un diramato reticolo d’intelligenza, di scienza, di coscienza. E di "ragion" religiosa, soprattutto.

Siamo in un tempo di imponenza ma anche di delirio culturale, e Pasqualino, che da sempre vuol contrastare le menzogne che si consumano nei discorsi sociali, nelle fantasie rivoluzionarie e nei dettami ideologici, tesse una tela di osservazioni e di richiami morali e pratici, ora fantasiosi ora positivi, ora attraverso la specola etico-filosofica, ora per il tramite di una rapsodia estrosa e ditrirambica, scanzonata e, appunto, danzante.

Parabole sorridenti, quelle di Pasqualino, ma non per questo meno significative e inquietanti. Come nella storiella del guardiano che aveva scritto all’entrata della villa l’abituale "Attenti al cane": il cane non c’era, ma la gente lo temeva lo stesso. Adesso, però, sentite come cambia registro: "SE terribile è un Dio che in qualche modo vive tra noi, più terribile è un Dio che non c’è, in nessun luogo, e che insieme potrebbe essere dappertutto; un Dio non più legato ad un altare, dove si possa ritrovarlo e cercare di rabbonirlo".

Ma Pasqualino non è sempre così. Spesso s’inoltra in interrogativi e critiche radicali, specie in fatto di religione. Dice, ad esempio, di conoscere persone straordinariamente religiose, nonostante che le loro opinioni siano in contrasto con ogni credo teologico. Ma dice anche di gente che manca di spiritualità e di grazia, per quanto si professino credenti e si mostrino zelanti nella fede fino al fanatismo. Non è la botta al cerchio e una alla botte. Sono richiami, sono scrolloni a volte, alla nostra tiepidezza morale. E non diciamo "buon per noi" perché ci sembra che Pasqualino agisca tra Dio e Dioniso, per amor di burla o di facezia. La sua lingua è una scure, e la sua scure da sempre è posta alla radice degli alberi.

webmaster Marco Giorgini