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"L’Indipendente" , Martedì 9 gennaio 1996
Esce in libreria "La corona di sabbia" di Boris Vishinski, il grande scrittore balcanico
Macedonia, l’insalata possibile
Nella più povera delle Repubbliche ex jugoslave, regna una pacifica convivenza tra etnie diverse
di Fiorenzo Toso
Ricordate la Jugoslavia? Ancora sei o sette anni fa, era quel Paese, al confine tra Oriente e Occidente, che veniva additato al mondo come modello di serena e pacifica convivenza tra popoli, etnie, religioni e confessioni differenti. La ricordate?
Con il suo spappolamento, cominciarono a comparire sulle pagine dei giornali i nomi di nuove entità statuali. Eppure, pareva che la storia tornasse indietro, al medio evo dell’altri ieri, riproponendo le questioni che erano familiari ai lettori dei giornali di un’ottantina d’anni fa, quando si discettava di "imprescrittibili diritti" e di "legittime aspirazioni" degli sloveni, dei croati, dei serbi: dopo di che, nella fatal Srajevo, il colpo di pistola sparato da uno studente diede la stura al vaso di Pandora del primo conflitto mondiale.
Rivolgimenti della storia, convulsioni della geopolitica. Tito aveva messo il coperchio a tensioni secolari, eppure la convivenza non era un obbligo, o non solo: la Jugoslavia visse per davvero, durante un lungo periodo, una fase di equilibrio tra le sue diverse componenti, ed esistette davvero, al di là delle idealizzazioni interessate, una Jugoslavia "paradiso delle etnie", ove il rispetto per le diversità si coniugava con un relativo soddisfacimento delle esigenze di tutti.
Poi qualcosa si ruppe, e gli storici dovranno dirci, tra cinquant’anni, come avvenne e perché avvenne.
Se oggi qualcosa è sopravvissuto, dell’esperienza jugoslava, non è in quella confederazione serbo.montenegrina che ha mantenuto nome e bandiera della creatura di Tito: non in termini ideali. La convivenza, il rispetto delle culture, il tentativo concreto di appianare le divergenze sembrano essersi arroccati, piuttosto, in quella che era la più meridionale e la più povera delle Repubbliche jugoslave, quella Macedonia di cui non si parla quasi mai, se non per ricordare il grottesco contenzioso con Atene, relativo al diritto di assumere un nome, il cui significato storico è visto dalla Grecia come una minaccia alla propria integrità territoriale.
La Macedonia non è oggi, sia chiaro, un’isola felice. È però l’unico Stato ex jugoslavo in cui si sia salvato qualcosa dello spirito multietnico, della volontà di cooperazione tra genti diverse. Già il nome lo dice, la nostra "macedonia di frutta" allude proprio alla varietà della composizione etnica di un Paese grande come la Sicilia, la cui popolazione è composta per un 65 per cento di albanesi, un 5 per cento di turchi, e poi da serbi, zingari, aromuni, ebrei, salvi musulmani ed altre nazionalità. Costretti dunque a convivere, o determinati a convivere, i cittadini di questo Paese sono riusciti finora, bene o male, a mantenere il loro piccolo e poco prospero Paese al di fuori delle faide etniche e delle abiezioni che hanno insanguinato il resto della ex Jugoslavia, anche se l’equilibrio resta precario, affidato com’è all’intelligenza degli uomini e alla non ingerenza dei Paesi vicini.
Alla lunga uno dei problemi della Macedonia potrebbe diventare la precarietà della sua credibilità come entità storico-culturale. Il nome preso in prestito dalla storia greca e la popolazione composita si associano all’ambiguità che circonda infatti la determinazione del gruppo etnico principale. Una lingua e una cultura macedone esistono in virtù di un compromesso verificatosi solo tra Otto e Novecento, successivamente ratificato da Tito, che riconosceva la specificità di una popolazione che in realtà, storicamente e linguisticamente, aveva strettissime affinità con i bulgari.
Riconoscere una specificità macedone significò così, almeno in un primo tempo, mirare ad arginare l’espansionismo bulgaro verso Ovest, opporre un sentimento nazionale autonomo all’ipotesi di una Grande Bulgaria che non piaceva alle potenze vicine.
Ma è pur vero che questa identità specifica seppe crescere e rafforzarsi, soprattutto dopo la creazione della Repubblica macedone nell’ambito della Jugoslavia, e dotarsi di caratteri concreti di specificità: anche in virtù della composta realtà etnica del Paese, sempre vissuta come occasione di arricchimento.
Si potrà ripetere all’infinito che la lingua macedone è solo un dialetto bulgaro, ma non si potrà più negare che questo dialetto, per il fatto di esistere come lingua ufficiale di uno stato, e per avere espresso una propria letteratura, sia oggi espressione forte ed originale di una identità specifica.
Occorre tenere presenti tutte queste considerazioni per capire appieno il significato di una proposta come quella dell’editore Santi Quaranta di Treviso, che offre al pubblico italiano, con La corona di sabbia di Boris Vishinski (lire 25mila, pp. 224), una delle opere più convincenti della recente letteratura macedone. Autore di fama internazionale, paragonato a Ivo Andric nel novero degli scrittori ex jugoslavi, già noto in Italia per Arcobaleno (Trevi, 1971) e La nave sulla montagna (Marietti, 1991), Vishinski viene considerato non a torto il maggior scrittore contemporaneo del proprio Paese.
Come scrive nella sua illuminante postfazione Bruno Rombi (al quale va certamente riconosciuto il merito di avere fatto conoscere nel nostro Paese la figura e l’opera di Vishinski), lo scrittore macedone ripercorre in La corona di sabbia, in chiave onirica, vicende paradigmatiche e luoghi simbolici della Macedonia, visitandoli alla luce della storia e della tradizione, e rapportando il destino collettivo di un popolo alla vicenda personale di un personaggio che è, sostanzialmente, l’alter ego dell’autore.
Ne scaturisce così una grande metafora sulle distorsioni del potere, condottasi due piani temporali, quello di un medio evo profondo e semibarbaro, e quello "contemporaneo" tra occupazione nazista e regime comunista: il trait d’union fra i due momenti è rappresentato proprio dalla figura del protagonista, professore di etica, spirito libero ed esegeta di un antico manoscritto nel quale si configura una vicenda parallela a quella del presente in cui egli si muove.
Questo senso della circolarità della storia consente a Vishinski di interrogarsi sulla vicenda jugoslava attraverso il ricorso a simboli di volta in volta inquietanti e suggestivi, e di svolgere la propria metafora con geometrica coerenza.
I due piani temporali si intersecano al di sotto delle vicende personali che sono anche esperienze collettive, e il riproporsi di condizioni identiche, attraverso i secoli, individua la mostruosità della Storia, del Destino e del Potere, che, ieri come oggi, tutto riconducono alle proprie irragionevoli ragioni.
Ma se i meccanismi storici che si ripetono riescono ogni volta ad asservire il popolo dalla tirannia, se la stessa fuga del protagonista si rivela, kafkaniamente un’illusione, una concessione che meglio ne predispone l’assoggettamento. Vishinski riesce a suggerire che il destino del Potere è poi quello, a sua volta, di sgretolarsi, appunto come una corona di sabbia, di fronte al persistere della coraggiosa generosità della speranza.
È questa capacità di fondere storia e contemporaneità, favola ed incubo, parabola e riflessione, che dà alla scrittura di Vashinski una dimensione di analisi, molto al di là delle suggestioni di una scrittura sempre raffinata, capace di solleticare il gusto per il mistero come le esigenze di una lettura aggrappata all’attualità.
Ed è per questa dimensione del mito come carne viva del quotidiano che mi sembra legittimo suggerire, come fa ancora Bruno Rombi, un non inutile parallelo con gli esiti più alti della letteratura ispanoamericana: il lettore attento saprà trovare nelle atmosfere leggendarie di La corona di sabbia più di un punto di riferimento per comprendere i drammi di oltre Adriatico, così come, dalle pagine fiabesche di un Garcìa Màrquez, emerge in fondo lo spaccato più vero dell’America Latina e dei suoi problemi.
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