EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Avvenire", Sabato 6 gennaio 1996

NARRATIVA STRANIERA. La forza perversa del potere nell’ultimo romanzo di Boris Vishinski "La corona di sabbia"

Il leviatano macedone

di Claudio Toscani

La letteratura macedone è l’unica letteratura slava ad essersi formata nel XX secolo. Schiacciata e sfruttata da bulgari, serbi e greci, la patria macedone nacque su istanze essenzialmente politiche di indipendenza e di libertà, dopo tempestosi anni di guerre, dominazioni, spartizioni, schiavitù sotto cento padroni, rivolte ed inquietudini.

Giornalista, narratore e drammaturgo, Boris Vishinski (nato a Skopje nel ’29) opera in letteratura dal ’58, ed è perfettamente in linea con una lucida passione per la storia, complesso di esperienze che, anziché rappresentare una perenne docenza di vita, scorre su nazioni e popoli come acqua da scoglio. Nel contesto di una giovane letteratura delle tematiche forti e contestative, egli anima un taglio di tempo che coinvolge passato e presente, realtà e ideali, laddove, insomma, dentro la radicale tragicità dei secoli e degli evi che egli toglie dalla memoria collettiva, ogni singolo è un simbolo e ogni tipo un emblema.

Il professor Filippo Melowski, protagonista di La corona di sabbia, è personaggio ereditato dal precedente La nave sulla montagna (del ’91), roanzo nel quale egli, rivendicando una perduta identità che a suo tempo lo metteva in grado di contrastare i condizionamenti delle istituzioni, si vede poi prigioniero di una sovrastruttura statuale che, non solo gli contesta il crimine di lesa autorità, qualcosa come un altro tradimento, ma addirittura lo destina a un rieducativo nosocomio ideologico. Nel presente libro, dopo un tormentoso e spersonalizzante periodo di cura che lo ha privato della propria volontà e di ogni presunzione politica difforme da quella dominante. Melowski riesce a fuggire dal suo confino psicologico (cui non sono assenti le pene corporali) e, credendosi libero, tenta la vita normale, cercando familiari e conoscenti, vecchie amicizie e "antichi" studenti, ma non riuscendo mai pienamente a sottrarsi agli effetti degli psichiatrici lavaggi mentali subiti nella sua manicomiale prigione ad opera del suo specialissimo inquisitore, dottor Jankowski.

Sotto il livello narrativo di questa vicenda, spunta ben presto una simile tranche di storia, stavolta medievale, "recitata" da un Principe e dal suo Guerriero (oltre che da altre figure di potere e di resistenza, tra cui un monaco che è il figlio stesso del Guerriero, e la setta del Bogòmili, assertori di un drastico dualismo tra spirito e materia, quest’ultima essendo per loro mera opera del diavolo); una storia che, affiancando quella recente, dimostra come le tragedie si ripetano e il potere sia invariabilmente un gioco di maschere di marioske.

Nella sua torbida e turgida oltranza, il potere è un dio demente che torna, a inevitabili scadenze, nel destino dell’umanità e al quale non interessa governare ma comandare, e non certo fortificare la giustizia ma giustificare la forza.

"Siamo cibo per un mostro", urla Melowski. Quindi c’è il preciso dovere di non rispettarlo se divora i suoi stessi figli e la sua stessa linfa vitale.

"Ciò che ero non potrò essere mai più", continua il protagonista. Egli sa di non essere colpevole proprio perché chi comanda cerca una colpa al di qua di ogni mancanza.

Certi muri sono caduti, mail pericolo resta.

Il livore, la violenza, il potere e il prepotere sono frutti di un mondo che reiteratamente si priva dei significati che vanno oltre la sua quotidiana esistenza. Così si erigono, epoca dopo epoca, ma in ogni epoca, i leviatani del potere. Giganti, ma giganti d’argilla, sia pure dal tallone di ferro. Che ricompaiono, però, sia pure sotto le loro "corone di sabbia".

Boris Vishinski

La corona di sabbia

Santi Quaranta

Pagine 224. Lire 25.000

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