di Angelo Mundula
Il Potere, si sa, è sempre un po’ misterioso, tanto più quanto meno si fonda sui valori della democrazia. Il cittadino non può che vederlo lontano e persecutorio; di fatto, quasi sempre lo è. Un grande romanziere Boris Vishinski, ritenuto il maggiore dell’odierna macedonia, ha voluto offrircene, con La corona di sabbia, pubblicato da Santi Quaranta (pagg. 227, lire 25.000), con una precisa postfazione di Bruno Rombi, un’immagine sfaccettata che è, insieme, sfumata e drammatica, vicina e inaccessibile. Fin dall’incipit Philip Melowski, alter ego dello stesso Vishinski, è un uomo in fuga dal Potere, un perseguitato politico che, un po’ kafkaniamente, non riesce a individuare la vera identità dei suoi persecutori che il ricorrente pronome "loro" allontana subito in una zona indefinita dell’immaginario ("Cominciarono a mandarmi dall’uno all’altro di loro", "loro conoscevano i modi per tallonarmi senza farsi notare").
Ma uno, almeno, di loro, è ben presente e attivo. È il dottor Jakovski, una sorta dell’indimenticabile Javert de "I miserabili" di Hugo, persecutore e inquisitore inesorabile e, subito, simbolo del volto duro del Potere, cui peraltro corrisponde la sua "spaventosa" figura fisica. Ogni tanto compare davanti all’uomo che lo fugge e che gli sfugge e gli ricorda l’accusa d’aver ucciso un vecchio (ma si dovrà dire il vecchio in questo romanzo tutto attraversato da una fittissima, polisemia simbologia?) e di doverne rispondere di fronte a un innominato e innominabile tribunale. Il dott. Jankovski non mostra, tuttavia, subito il suo volto crudele e inesorabile all’uomo perseguitato, ma un po’ giocando come il gatto col topo, mellifluamente lo blandisce, oscuramente lo minaccia, lo provoca, lo invita a mettersi sulla strada di un’altra verità, di un’altra vita, di un’altra prospettiva. E, dentro la storia, prendono subito corpo altre storie, ove simboli e allegorie del Potere e del sentimento di libertà dell’individuo, della sua difesa ad oltranza, della sua resistenza s’incarnano in una serie di personaggi (Il Guerriero, il Principe, padre Zaccaria, padre Cirillo, Maddalena, Vesselin ecc.). e appare subito di qualche valenza simbolica la ricerca, da parte del protagonista, del proprio figlio, Klime, che, all’atto del ritrovamento, mostrerà anche lui un volto diverso, imprevisto e imprevedibile, che il padre non conosceva; e così accadrà per la madre del giovane, Elena, rispetto al figlio e allo stesso marito.
Il Potere (rectius: la dittatura) pone in essere tutti i suoi perversi meccanismi per realizzarsi, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutti gli ambienti, perfino all’interno della famiglia, ove si accentuano, ad arte, opposizioni e conflitti. Il Potere inventa le sue diaboliche macchine "che cancellano i nostri pensieri, sentimenti, desideri, proteste e tutto quello che fa di noi degli esseri umani". Nei momenti più imprevedibili, dai luoghi più misteriosi "si avvicinano dei cavalieri sconosciuti". Ed è appena consolante pensare che "per fortuna non possono cancellare il futuro", perché "la verità è dalla nostra parte". Il romanzo, che assume spesso una colorazione religiosa, non solo per le figure di alcuni monaci esemplari, che eroicamente si oppongono al Potere più truce e liberticida, ma per la più volte riaffermata fede nei valori della vita e dell’uomo, nel "senso mistico dell’esistenza", come acutamente scrive Rombi, ne fa poi risalire al Signore, verticalmente; il disegno di mantenerli e difenderli contro ogni diabolico tentativo di prevaricazione e di offesa. Nonostante tutto, i neri uccelli di rapina che tratto tratto volteggiano intorno al protagonista, non praevalebunt. Non solo perché "è bello appartenere a se stessi" e perché "è una bellissima sensazione resistere", come fa il protagonista di questa storia, ma perché "la tirannia non è necessaria all’uomo. Il Signore… non l’ha creata". Alla fine il Potere deve gettare la maschera (la sua orrenda, tragica maschera) e rivelare il suo vero volto: il ridicolo (del processo all’inquisito-innocente) e il tragico (della condanna); ma anche la sua stessa effimera potenza, la sua "corona di sabbia", come ben suona il titolo del romanzo. Dopo "La mente prigioniera" di Czeslaw Milosz non ci era mai più accaduto di leggere una storia del Potere tanto oscuramente fascinosa e terribile, tanto carica di verità civile, morale e religiosa. Un’altissima testimonianza, davvero, dei grandi valori spirituali dell’uomo contro chiunque vi attenti, da qualunque parte.