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La corona di sabbia
(Boris Vishinski)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Boris Vishinski è uno dei massimi scrittori balcanici del ‘900, la cui grandezza è paragonabile a quella di Ivo Andric: egli sa conciliare un’eccezionale capacità narrativa con gli interrogativi più radicali della vita e dell’essere. Ciò è ben reso da La corona di sabbia, dove Vishinski si serve dell’immaginario collettivo, della trasfigurazione emotiva e simbolica, del fiabesco popolare, dell’analisi psicologica e della documentazione storica, per darci un’affascinante parabola sul Potere (potere tout-court, e non solo comunista o medievale), attraversata profondamente dalla coraggiosa generosità della speranza.

Il narratore macedone produce tra sogno e realtà; onirico e struggente e però consapevole della "concretezza" storica, sovrapponendo due vicende che hanno come due registri di scrittura e di sensibilità: una moderna in cui primeggia l’aguzzino-travet Jankovski che impersona un potere grigio e burocratico, e una medievale, dove si staglia corrusca la figura del Guerriero, simbolo di un potere sì crudele ma anche intrigante. Tutto ciò avviene nell’ambito di una cornice storica complessa che vede sullo sfondo emergere la vicenda dei perfetti Bogomili.

La corona di sabbia, in cui il personaggio Filippo "recita" e intreccia diversi ruoli facendo da trait-d’union tra le due storie, sfocia e conclude in un realismo spietato e ironico contro il Potere che alla fine è destinato a disgregarsi come "torre di cartone", "castello di carta", "corona di sabbia" appunto.


Prima pagina 

I

Per tutta la notte non avevo chiuso occhio. Se mi addormentavo immediatamente compariva sopra di me la figura del dottor Jankovski, distorta, strana, con la faccia allungata, spaventosa. Dai suoi denti guasti proveniva un ghigno malvagio.

Desideri scappare? – mi diceva. – Desideri scappare, eroe?

Delicatamente mi spingeva, con una mano, verso un baratro posto sotto una finestra sempre aperta, in alto. Così mi ritrovavo senza terra sotto i piedi, costretto a volare a lungo, e l’urlo che volevo gettare mi serrava la gola. Inebetito, muto, nel buio, respiravo appena.

All’alba mi alzai dal letto a stento. Silenziosamente, a fatica, mi avvicinai alla porta. Mi doleva ogni parte del mio corpo e mi mancava il respiro. Ero completamente esausto, ma deciso anche a fuggire. La porta bianca era chiusa a chiave dal lato esterno. Tesi l’orecchio. Nessun rumore proveniva dal corridoio.

Lentamente mi avviai alla finestra e guardai nel cortile dell’ospedale. Tra gli alti alberi e i verdi arbusti non vidi nessuno, ma ciò non mi calmò. Con molta apprensione tentai d’aprire un’anta della finestra. Avevo scostato una tenda bianca pieghettata e notato, vicino al telaio, il chiavistello che la serrava. Lo tirai e, seppur con fatica, aprii la finestra. Mi voltai, prima di fuggire, e sul vetro vidi riflesso il mio volto, lo sguardo freddo, di ghiaccio. Mi passai le dita tra i capelli.

Indossavo soltanto il pigiama a righe bianche e blu e l’aria frizzante, che entrava nella stanza, mi fece rabbrividire rincuorandomi. Senza pensarci molto, salii sulla finestra e mi sporsi verso il basso. La stanza in cui mi trovavo era al primo piano. Aggrappandomi al telaio, scavalcai il davanzale e scesi lungo la parete. Non appena posai i piedi scalzi sul freddo cemento, caddi disteso sulla schiena. Mi sollevai e corsi a nascondermi nei vicini cespugli. Le spine mi graffiarono il volto. Mi guardai attorno e poi incominciai a correre sull’erba bagnata fino alla rete di recinzione. Trovai un’apertura attraverso cui passare e mi ci infilai sbucando dall’altra parte. La rugiada mi bagnò le mani e il pigiama.

(…)


Rassegna Stampa

Simboli ed allegorie del Potere ("L’Osservatore romano", 14 febbraio 1996)

Il leviatano macedone ("Avvenire", Sabato 6 gennaio 1996)

Macedonia, l’insalata possibile ("L’Indipendente", Martedì 9 gennaio 1996)

Potere contro libertà in Macedonia ("Letture" n.527, maggio 1996)

Tra sogno e realtà ("The Sunday Times", 9 February 1997)


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