L’amore per la terra veneta, in particolare per la terra e la gente del Piave, segna profondamente questo libro in cui risalta come simbolo di un mondo perduto "la carrozza del nonno": "Vorrei tornare a rannicchiarmi in quella carrozza e sentire ancora il nonno, stretto nel suo spolverino, incitare il sauro di sangue inglese con un verso della bocca che assomigliava al gracidare delle rane. Si ritornava a sera per l’argine verde con il cavallo al passo madido di sudore, mentre il sole calava nel Piave dietro gli alti pioppi, scuri e immobili nell’aria calda…".
Tommaso Tommaseo ferma il suo sguardo indulgente anche sul mondo veneziano attingendo al vasto patrimonio dei ricordi di famiglia. Nella sua prosa lineare, delicata e gradevole, che sa creare accattivanti atmosfere d0insieme, s’insinua pure una vena sorridente e perfino parodia che disegna, come in una vecchia stampa, "personaggi" dall’aria leggermente bizzarra, tolti dalla realtà e sempre attraversati da umanità e colore.
In La carrozza del nonno molti lettori ritroveranno il loro privilegiato "albero degli zoccoli", il quadro affettuoso e concreto della memoria con tanti felici "episodi" che spaziano più in là dell’agreste campagna pavese fino a coinvolgere Venezia e la sua delicatezza.
Prima pagina
Dopo tanta pioggia finalmente il sole e la mia casa, con i suoi comignoli, biancheggia in aperta campagna e gli alberi luccicano dalla guazza in un cielo rosa e celeste.
È arrivato anche quest’anno, puntuale. Un bel mattino lo abbiamo visto saltellare sulla ghiaia ai piedi dell’alloro quando il sole si era appena levato illuminando l’erba del prato aspersa di rugiada. "Svernerà con noi" ci siamo detti, e quella macchia rossa sulla gola e sul petto sarà come il bagliore di una lucerna nel grigiore delle giornate corte.
Ho saputo che nel pettirosso è spiccato il territorialismo e che talora egli manifesta comportamenti avversi finalizzati all’espulsione degli intrusi. Assomiglia un po’ a noi nei giorni in cui una compagnia ci sembra superflua e chiudiamo il cancello lasciando fuori il mondo.
Il vitigno è ormai spoglio e le verdi foglie screziate di rosso giacciono sull’erba come mani aperte: raccoglieranno l’ultimo sole prima di imputridire nella nebbia.
Sui tralci nodosi, ora nudi come i fili di ferro che avevano sostenuto il peso della loro infruttescenza, ecco la gioiosa sorpresa di un grappolo dimenticato dal vendemmiatore. Gli acini hanno la buccia grinza ma la polpa è succosa. È l’uva più dolce perché possiede il sapore di una stagione che non è più.
Le nostre giornate ora sono semplici, libere, non più frettolose: si vede l’alba, si prepara il caffè, si accende la stufa, scopriamo antiche e nuove letture, si fruga dentro il passato e si pensa ad un futuro ancora consolante.
Quando viene la sera il ventre verde dell’alloro si riempie di garruli passeri e la luce muore sul prato. Si cena presto, com’è nelle usanze della campagna, e sulla tavola c’è sempre una candela accesa.
Con la notte cala sui campi un perfetto silenzio che si diffonde come una musica, un silenzio di chiostro rotto di tanto in tanto dall’abbaiare dei cani che viene di lontano come l’eco di nenie imploranti.
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