di Sossio Giametta
Arbasino tempesta contro i libri di memoria infarciti di zie, mamme, nonne, cani. Così anche, meno estrosamente, Guglielmi, che dice tuttavia di rispettare l’ultimo libro della Tamaro basato su un rapporto nonna-nipote. Molti concorderanno. Ma anche se non a tutti capita di scrivere Le Grand Meaulnes, tempestamenti e ostracismi non fermeranno l’ondata di tali libri, che in ogni epoca si riversa sul pubblico per il fatto che ogni epoca – nazione, città, famiglia, persona – si congeda in pensiero dal proprio passato prima di tuffarsi e sparire in quella successiva. È questa una dimensione dell’essere umano che Goethe mostra di aver ben colta nella massima: "L’uomo più felice è quello che può collegare la fine della sua vita col suo principio".
Ma anche se in questi libri la poesia è scarsa, perché scarsi sono in genere gli artisti (che trasfigurano la cronaca e nei particolari colgono l’universale), non è detto né che essa manchi del tutto né che tali narrazioni non abbiano un loro valore indipendentemente dalla poesia. È il caso di un libro che parla di Milano "e altri luoghi", La poltrona di midollino di Giuliana Gramigna (ed. Santi Quaranta).
Il "romanzo" della Gramigna si ferma al decimo anno (1939). L’autrice assicura che dopo l’infanzia non ci racconterà adolescenza, giovinezza e magari pure maturità e vecchiaia (è nata nel 1929). Non ce n’è neanche bisogno, perché il ritratto di Milano e "dintorni" (soprattutto Barzio e Barga in Toscana), come anche il ritratto di interno con sorelline, cioè della vita di una tipica famiglia milanese, con i suoi membri fascisti (il padre, importante architetto) e antifascisti (il nonno Borsa, direttore del "Corriere della Sera"), il suo carico di donne e bambini e la schiera multicolore dei servitori, è già completo.
Completo e accattivante, perché lo sguardo sulla famiglia e gli amici, sulle case abitate e i luoghi frequentati, è quello di una bambina che vede e vive tutto come una grande favola. Quale il mondo è veramente, sebbene la favola sia più drammatica che idillica come appare allo sguardo incantato dell’io narrante. Non che manchi la parte seria, pensante della vita, ma il tocco è leggero: l’autrice-bambina non esce mai da se stessa e dalle proprie coordinate psicologiche morali sociali e di costume che, per quanto criticabili – si ammette – costituivano una guida chiara e sicura. La gente sperimenta difficoltà e durezze, soffre delusioni e lacerazioni, talvolta si sposa male e si ammala, sempre invecchia e muore. Ma l’infanzia è l’infanzia, e i guai del mondo non intaccano la serenità per essa decretata dalla natura. Particolarmente felici sono gli accenni, ancora impregnati di pudore infantile, ma alla fine ben franchi, a quel che riguarda le funzioni corporali. Essi si fermano presto, ma la mente è indotta, da essi e da altri, a spingersi oltre, verso regioni meno chiare e serene di quelle esibite.
La lingua merita un’attenzione particolare. Il racconto vuol essere "una parlata tra amici", dunque senza preoccupazione e rigore. Ma c’è parlata e parlata, e questa ha, con la semplicità, piattezze e sciattezze che farebbero giudicare male. Ma col procedere della narrazione si assiste a un riscatto inaspettato. Attraverso la superficie non polita emerge sempre più una ricchezza sostanziale, che corrisponde alla ricchezza delle conoscenze particolari dell’autrice e in genere del suo mondo "borghese", una ricchezza che è esperienza, sfaccettatura, articolazione, moderazione, insomma civiltà, per dire una parola che per questo libro è obbligatoria. Questa "civiltà borghese", detto nel senso più positivo, si avvicina comunque spesso alla poesia, in particolare là dove si "cantano" le memorie incrostate nella casa avita di Barga. Il libro non è quindi solo un documento di vita milanese, ma ha un garbo, un pudore, un’apertura di mente e di sentimento che ne fanno un libro pienamente valido nel suo genere, e un libro che si fa leggere e diverte specie per chi ha interesse per la grande, bella e nobile città di Milano e per la buona vita che vi si poteva vivere una cinquantina d’anni fa.