di Maria Vittoria Carioni
"L’ho fatto per mia figlia e per i miei nipoti, perché abbiano una testimonianza delle persone e dei luoghi cari ai loro genitori, zii, nonni". Giuliana Gramigna, architetto e designer, ma anche critico e storico dell’arredamento, questa volta debutta con un’opera di narrativa. La poltrona di midollino, edito da Santi Quaranta. Memorie di un decennio, gli anni Trenta, tra Milano, dove la famiglia dell’autrice aveva un posto di riguardo nella borghesia professionale e intellettuale (il nonno materno era Mario Borsa, che fu direttore del Corriere della sera), e Barga, il borgo delle radici paterne, tra le Apuane e la Versilia. E poi altri luoghi dell’infanzia felice e protetta di Giuliana, delle sorelle e del fratello Enrico. "Della nostalgia di quegli anni fanno parte anche le cose, ma sempre in relazione alle persone o ai riti familiari e sociali quotidiani" spiega Giuliana Gramigna. "Così la poltrona di midollino che dà il titolo al libro non è solo un elemento descrittivo, ma l’oggetto-simbolo della casa di Barga, il rifugio in giardino della nonna e della zia".
I mobili ma anche le case, nel libro, si animano nel rapporto con i protagonisti. E spesso sono architetture milanesi famose del Novecento, cometa Ca’ Bruta di Giovanni Muzio, dove la famiglia Gramigna abitava, con ingresso in via Mangili. Strada privata e riservatissima, come all’insegna di un’ordinata compostezza era la vita delle famiglie che vi risiedevano. Una Milano tanto lontana dal pionierismo della ricostruzione postbellica, dall’opulenza degli anni del boom, ma soprattutto dall’attuale eccitato disordine. "E’ questa Milano così rimpianta che volevo far rivivere" spiega l’autrice. "Così, a più di sessant’anni, ho scritto la mia opera prima. Non un diario, ma proprio un racconto dedicato ai giovani di casa. Sono loro che ogni estate, anche da ogni parte d’Italia e del mondo, ritornano a Barga. E da Barga, attraverso questi ricordi, potranno ricordare anche Milano".
Perché la città così amata e oggi così irriconoscibile è ancora nel cuore e nei pensieri di Gramigna. "Non ho più voglia di restare, ma penso di dovere" dice. E non esclude di dedicarle il secondo romanzo. Un excursus negli anni Cinquanta e nel rinascimento culturale di Milano. E nella bohème, tra Brera e i Navigli.