"Sono convinto che Adelina Da Tos non ha ucciso Emma De Ventura", dice il giornalista Ruo alla fine del libro. "Lo credo anch’io, e con me molti qui ad Alleghe", gli risponde l’impiegato comunale. Su frasi come questa si regge il libro di Pietro Ruo I segreti del lago, edito dalla casa editrice trevigiana Santi Quaranta. Un’opera che raccoglie una sfida difficile: tornare a visitare un argomento magmatico come i fatti di Alleghe, la catena di morti misteriose che hanno dato vita al famoso libro di Sergio Saviane, I misteri di Alleghe, del quale Ruo confuta le tesi accusatorie.
E infatti il sottotitolo del libro di Ruo parla di un’ "altra verità", quasi a voler scalfire più in profondità un enigma ritenuto ancora tutto da risolvere. Ruo ha letto a fondo i passaggi del famoso processo che negli anni Sessanta vide condannati all’ergastolo i titolari dell’Albergo Centrale, Adelina Da Tos, Aldo Da Tos e Pietro De Biasio per l’omicidio di Carolina Finazzer e dei coniugi Luigia De Toni e Luigi Del Monego. Per l’omicidio di Emma De Ventura nessuna condanna: il delitto era caduto in prescrizione all’epoca del processo. Ma la corte d’Assise di Belluno sostenne che Adelina Da Tos uccise per gelosia la cameriera De Ventura e che la Finazzer, sposa di Aldo Da Tos, venne uccisa dal marito e da Adelina Da Tos con l’aiuto di Pietro De Biasio per assicurarsi l’impunità del precedente delitto.
Aldo Da Tos e Giuseppe Gasperin vennero incriminati per il duplice omicidio di Luigi e Luigia Del Monego, eliminati 13 anni dopo la scomparsa della sposa di Aldo. Anche loro sapevano troppo.
Tutto chiaro? Per Saviane e i giudici sì. Per Ruo invece è palese la mancanza di validi moventi per incolpare i Da Tos. E anche l’analisi del presunto omicidio De Ventura, contenuta nella sentenza della Corte di Assise, sempre secondo Ruo presenterebbe "parecchie contraddizioni".
Resterebbe così ancora senza colpevoli la lunga catena di morti misteriose iniziata nel maggio del 1933, con la scoperta del cadavere della cameriera Emma De Ventura nella stanza numero 6 dell’Albergo Centrale di Alleghe.
Sarebbero troppo deboli i risultati emersi dall’inchiesta giornalistica di Saviane, portata avanti dalle indagini del brigadiere Cesca. Un processo durato sei mesi per stabilire le colpe del "clan del Centrale" di Alleghe, l’albergo della morte, 279 cartelle passate al setaccio da Ruo, che intende smantellare, con l’acribia del filologo, la verità "relativa" di un dibattimento fatto forse per incastrare della gente ritenuta colpevole a prescindere. La lettura di Ruo vuole essere più sfaccettata: all’inizio del libro si concentra lungamente sulla figura della De Ventura, ridando peso all’ipotesi del suicidio, ma anche sulle tesi innocentiste di don Angelo Strim, il parroco di Alleghe, e sui referti del dottor Giovanni Case, medico condotto del paese che davanti ai giudici della Corte di Assise di Belluno confermò le perizie eseguite, a suo tempo, sui cadaveri di Emma De Ventura e Carolina Finazzer. Perizie che parlavano di suicidio e non di omicidio.
I segreti del lago gioca inoltre una carta decisiva, secondo Ruo, per rimettere in discussione l’intera vicenda: l’esistenza in vita fino a poco tempo fa di Umberto, probabile figlio naturale della famiglia Da Tos. Secondo Saviane, infatti, la De Ventura sarebbe stata uccisa perché aveva scoperto che i Da Tos avevano soppresso Umberto – presunto figlio illegittimo di Elvira Riva, moglie di Fiore Da Tos – arrivato un giorno fino ad Alleghe per reclamare parte dell’eredità. La De Ventura, sempre secondo Saviane, nel 1933 avrebbe trovato il cadavere di Umberto nella cantina dell’albergo dei Da Tos. Ruo smonta questa tesi: Umberto non è stato ucciso, è invecchiato nel Veneziano.
Nel capitolo finale, il giornalista lancia una serie di inquietanti interrogativi: "Ma furono veramente colpevoli i Da Tos e il De Biasio? Oppure sono innocenti condannati ingiustamente? O ancora, non tutti furono colpevoli in egual misura? Il dubbio, tutto sommato, dopo tanti anni, rimane". Ruo non ha dubbi: se si potesse dimostrare che Emma De Ventura non è stata uccisa per aver visto un cadavere che non è mai esistito e che forse si è suicidata, cadrebbe tutto il castello delle accuse su cui si resse la sentenza che condannò Adelina Da Tos e Pietro De Biasio.
Chi ha ragione, Sergio Saviane o Pietro Ruo?