di Mario Baggio
Non sempre la cultura passa attraverso i canali ufficiali. È quanto successo a Rosà dove, nei giorni scorsi, alcuni appassionati della civiltà contadina si sono trovati per un incontro conviviale. L’iniziativa è nata da una proposta del responsabile della casa editrice trevigiana "Santi Quaranta", Ferruccio Mazzariol, che ha un passato di collaborazione in importanti quotidiani e periodici di carattere nazionale ed è autore di libri di saggistica, narrativa e poesia. L’invito è stato raccolto dal prof. Beniamino Todesco e da un poeta "ruspante" locale, Elio Peruzzo.
Alla serata svoltasi al Duca’s con la partecipazione di altri personaggi della cultura locale, ha partecipato anche lo scrittore Italo Facchinello che, in un suggestivo romanzo autobiografico, "Paesi perduti", ripropone, con gli occhi di un ragazzo della Marca Trevigiana, un mondo perduto da cui emerge un singolare affresco corale della memoria contadina veneta. In un linguaggio che si divide fra l’italiano e il dialetto, capace di esprimere sentimenti, espressioni, stati d’animo che la lingua nazionale non è in grado di cogliere, vengono presentati gli elementi caratteristici degli anni giovanili vissuti a Loria, gli estri e la purezza, la fame e la virtù, il lavoro e la scuola, tutto all’ombra del campanile, dove la figura del parroco e del cappellano dominano ogni momento della vita contadina.
Carica di immediatezza e freschezza, la sezione dedicata al ginnasio e al liceo bassanese "Brocchi", frequentato da Facchinello. La scuola, allora, rappresentava una via obbligata alla scelta della fame patita in casa e la speranza di un futuro migliore, in attesa che si aprissero le frontiere per l’emigrazione. Contrario alla scelta imposta dalla madre, il cappellano, che suggeriva l’inserimento nel laboratorio di Zambiasi a Bassica, dove si facevano "manici di scuria", allora richiesti per cavalli e calessi.
Delegato degli aspiranti, nella vecchia struttura dell’Azione Cattolica, Facchinello, poi laureatesi in legge, non poteva permettersi, con le ragazze, le libertà di altri compagni, figli delle famiglie bene del Bassanese. Splendida la descrizione degli insegnanti della più prestigiosa scuola di Bassano di ieri e di oggi e che hanno contribuito a formare generazioni di studenti arrivati, poi, al successo in diversi settori professionali. Fra questi, Emma Trevisani, che l’autore va a trovare alla fine del ginnasio per farle omaggio di due "ciope di pan bianco" fatte in casa e di una gallina che faceva l’uovo, così "se voleva poteva tenerla, se invece preferiva il brodo, poteva farselo". Il tutto nel contesto del dopoguerra, in cui la fame la faceva da padrona. Il prof. Borin, insegnante di latino, viene descritto come alto, riccio, giacchetta di fustagno, scarno, basso di colore, con una bella voce che faceva effetto.
Ogniben, docente di greco, viene presentato come un ometto tutto pelle, ossa e nervi, sempre vestito come un figurino, baffetti, nasetto in su, sano come un pesce, piccolo e magro, ma ben proporzionato, coi capelli scuri, lisci e impomatati. Non viene fatto il nome dell’insegnante di matematica. Riempiva la lavagna senza mai spiegare. Signorina ottemperata, alta e robusta, sempre col grembiule nero, bocca storta, occhi poco limpidi, naso abbondante. Insomma, materia e professoressa, facevano star giù l’anima allo studente.
"Un po’ meglio andava con la Vanzetto che ci insegnava filosofia – continua Italo Facchinello, interpretando così i sentimenti di tanti altri ex studenti del "Brocchi" -. Era piccola, moretta, secca, parlava come se avesse sempre una boccetta in gola. Non so se fosse vecchia, giovane non era, ma era di quelle che a un certo punto si fermano e non cambiano più. Era proprio un niente, che il grembiule nero le andava largo, come se fosse vuoto e cadeva con pieghe a caso e forme strane, anche perché lei stava in piedi, a volte imperlata, con una spalla avanti e l’altra indietro, il gomito poggiato sul tavolo, un po’ di trequarti. Solo gli occhi aveva vivi e forti, due occhietti neri come il carbone, fondi e pieni di riflessi, come se avesse due lucette. Ne sapeva, era molto brava". Molto bello anche il ritratto del mitico professor Cogoli, insegnante di chimica.
"Anche se ci faceva studiare, era buono, si vedeva in faccia: quasi sempre sorridente, con pochi capelli lunghi dalle parti, perché aveva la sua età, che ogni tanto si portava in mezzo con una manata. Si diceva, da parte di quelli di Bassano – continua Facchinello - che bevesse qualche goto in più, che non so se fosse vero. Però, non era una maldicenza, quasi lo scusavano e pareva fosse costretto a tirarsi su così perché dicevano che doveva darsi coraggio avendo in casa una croce da portare".
La narrazione continua poi con la confessione di una vita difficile a scuola, mentre non c’era il coraggio di parlare a casa, dove mancava anche l’indispensabile per vivere, l’elenco delle definizioni di numerosi compagni, il sacrificio di doversi alzare presto ala mattino per andare a messa e quindi a scuola con una bicicletta sgangherata che si rompeva ad ogni secondo, con una fame da mangiare i sassi. A questo, si doveva aggiungere il prete che "impegnava in cento iniziative e credeva che fossi una perla. Invece, con la purezza – aggiunge Facchinello – ero sempre là".
"I paesi perduti", si presenta come un splendida opera letteraria, dove rivivono, nell’esperienza di un giovane liceale, sentimenti, frustrazioni, speranze di tanti giovani del secondo dopoguerra. La pubblicazione della casa editrice santi Quaranta, sia per la ricerca di un linguaggio nuovo che riscopre l’immediatezza della lingua veneta, sia per le testimonianze storiche, si presenta anche come un valido strumento didattico per le scuole.