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I paesi perduti
(Italo Facchinello)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Dal lontano Dietro il carro (1969), del quale questa narrazione costituisce il naturale proseguimento, Italo Facchinello, uomo di radici contadine, persegue tenacemente un unico e arduo intento: quello, non tanto di tradurre, ma di ricomporre nella pagina il mondo rurale delle origini, esemplificato, in rappresentanza dei tanti paesi perduti, dal solo a cui la sua vicenda umana rimane legata: Loria, nell’alta provincia trevisana.

Non si tratta di evocazione nostalgica (sulla scia di esempi sovrabbondanti), né tanto meno di un espediente per dar eco letteraria alla cultura contadina, sulla scorta, rispettosa e rispettabile, della esperienza diretta. Ciò che nel libro supera ogni spunto e motivo è l’immissione a ritroso in prima persona entro una realtà comunitaria di affetti e costumi, vissuta dall’autore negli anni verdi; questa realtà – ormai intaccata in termini irrimediabili – ritrova unità e coesione nella figura dell’io-narrante, come legittimo portatore di quel marchio d’origine. Un compito, o piuttosto un servizio, al quale Facchinello offre la sua storia, in gioioso annullamento, come fissante collettivo.

Perciò non basta parlare di memoria in relazione a queste pagine legate esplicitamente con il filo autobiografico: perché l’autobiografia è bensì individuale, del personaggio, ma insieme è quella dell’umanità contadina. E se a comporne il ritratto valgono in primis i ricordi, altrettanto vi concorrono i sentimenti, le sensazioni, e abitudini inconfondibili di una intera – e fino a ieri integra – comunità, definita dai luoghi, manufatti e condizioni che le davano precisa identità di paese.

Cosciente di vivere (e di scrivere) in una dimensione "altra", sul crinale di due realtà contrapposte ma miracolosamente fuse nella sua vicenda, l’autore attinge insieme da entrambe gli elementi di un unico poema della giovinezza e del paese, trasfondendoli in un testo esemplare dove si risolve nella trepidazione ogni rimpianto, e in canto sospeso la traboccante carica di passione.

Nessuna ombra di tesi antropologica e nessun cedimento letterario in queste pagine che hanno la felice irruenza dei sentimenti confidati. Per dare coerenza e suggestione al racconto basta a Facchinello il ricorso istintivo ad un modo letterario che accredita l’autenticità della memoria con un nuovo mestiere di scrittura. Egli affida così ad un linguaggio necessitato fra l’italiano e il dialetto, la comunicazione fatta a nome di un mondo paesano, prigioniero dell’oralità, nel quale già "per l’amore non c’erano parole", e tanto meno per la cultura.

Da fedele testimone, Facchinello colma il divario delle estraneità combinando per coppie parallele, in quel dettato persuasivo, le eterne e straordinarie varianti dei suoi giovani anni paesani: gli "estri" e la purezza, la fame e la virtù, il lavoro e la scuola; in sintesi, terra e religione.

Questa scrittura immediata, capace di toccare tutti i tasti della realtà e del sentimento, appare lo strumento più prezioso della narrazione: quello che risolve in fascino di poesia l’ideale "corsara" di stagioni, paesaggi e figure al cui centro è lo stesso autore. Come voce del coro prescelta per l’assolo, egli sta, confuso ed esaltato insieme, in mezzo al grandioso scenario di un’umanità illetterata, di cui le opere e i giorni trovarono contrappunto legittimo solo nei silenzi della natura.

ENZO DEMATTE’


Prima pagina 

I

LA ROSSA E IL PRETE

 

Sul ponte del Bolòn svoltai a sinistra e presi il tròdolo che portava in mezzo ai campi costeggiando l’acqua. Andai avanti fino a un punto tra gli alberi, dal quale si poteva vedere la strada grande e proprio là mi fermai ad aspettare la Rossa che tra poco doveva spuntare al crocevia, alla Crosàra dei Ladri, arrivando da mattina.

Era un po’ di tempo che ci pensavo. Quell’idea della Rossa mi era venuta forse all’inizio dell’estate girovagando per cavìni. Avevo appena finito la terza media e spesso, dopo che avevo trovato una fascina o un sacco di erba, ero di bando e mi perdevo via qua e là. Mi fermavo per strada ad ascoltare la gente, specie se parlavano di guerra, che era finita da poco anche quella, oppure fantasticavo.

La Rossa la incontravo ogni giorno si può dire e un po’ alla volta mi era venuta la voglia di fermarla per stare insieme, anche perché lei mi guardava fisso e mi salutava con un sorrisetto malizioso che ci avevo filato dietro.

Così quel sabato mi ero proprio deciso: sapevo che dopo-mangiato andava nel suo campo passando per il tròdolo del Bolòn e quello mi era sembrato il posto adatto per affrontarla.

Non avevo in mente cosa avrei fatto, non potevo sapere quello che sarebbe successo, dipendeva da lei, da un insieme. Bastava per esempio che avesse fatto finta di scappare, magari ridendo, perché l’avessi inseguita e abbrancata. Sennò, cominciando con un ciao, poteva mettersi diversamente e sarebbe stato abbastanza bello anche trovarsi e basta. Il desiderio aveva una parte violenta e una dolce.

Intanto però tardigàva. Forse ero io in anticipo. Mi ricordai di mia mamma che quando mi istradavo mi aveva brontolato dietro che non occorreva partire col boccone in bocca e io avevo trovato la scusa dell’adunanza.

Camminavo là intorno, tiravo sassi, seguivo i pavéi che si posavano sulle erbe. I sorgoturchi alti erano fermi immobili, come se aspettassero anche loro. Chissà perché non veniva?

(…)


Rassegna Stampa

"I paesi perduti" di Facchinello ("La Tribuna", Martedì 27 febbraio 1996)

Quando al Brocchi salivano in cattedra Ogniben e Cogoli ("Il Giornale di Vicenza", marzo 1995)


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