EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Giorno", Domenica 16 febbraio 1997

MORANDINI. Miei cari genitori vi scrivo "Inter nos"

di Silvio Danese

Vorrei dirti una cosa e non so come dirtela, incomincia Luisa Morandini con voce sussurrata alla madre. D’accordo, vuol dirle che è innamorata, che è tempo di slanci e bilanci, di ricordi e addii, ma il libro che segue dice una cosa più segreta, più vasta. È una sorta di lunga risposta che dura il tempo di un romanzo autobiografico, analitico e formativo. Dura il tempo di una scoperta tanto elementare quanto essenziale, che crescere è "non aver più bisogno di nessuno", anche se ci vengono in mente subito altre due possibilità di crescere: la conoscenza, che ci modifica in una via sempre dolorosa, e il rovescio dell’indipendenza, quando, liberati dal "bisogno", possiamo accettare di aver liberamente bisogno di qualcuno, di chi ci ama, di chi ci segue, anche dei genitori di cui ci siamo dovuti liberare. Non dichiarate, "Inter Nos" parla anche di queste due vie, quando la protagonista infine entra in un rapporto più maturo con i genitori, l’amante, gli amici, nelle ultime pagine, la parte più bella del libro, la più personale nella scrittura, la più integrata all’esperienza del vivere nello scrivere, forse perché fa i conti fino in fondo con la famiglia "come sistema" e con la famiglia "come fantasma", come ci ha insegnato Laing.

Di formazione teatrale, attrice e regista, quarantenne non esordiente in letteratura, Luisa Morandini fonde almeno tre registri di scrittura: la confessione, l’evocazione, la memoria automatica, che si sbilancia a incontrare una cultura lessicale e paratattica da cantautore (Lucio Battisti e Dalla sono citati). Ma ciò che colpisce, in tempi di dispersioni letterarie imbarazzanti, è la necessità dell’esperienza di scrittura, che sarebbe troppo facile limitare al richiamo di una biografia. In fin dei conti, questo è un libro sul silenzio, sul silenzio dei genitori. È a questo silenzio che risponde il libro, per fortuna risalendo infine all’intuizione implicita che un genitore potrebbe anche scrivere un "libro delle attese". Ciò che importa è la voce dell’autrice. Ci ricorda che "c’è un’udibilità del silenzio che è scrittura". Lo dice Edmond Jabès in un volume essenziale: "Il libro della condivisione".

webmaster Marco Giorgini