I delusi di Henry James, del suo alto manierismo, della doppia vita, dell’ambigua verità, di solito si convertono a Theodor Fontane. Nel "vecchio Fontane" (così si intitolano i due saggi di Thomas Mann e György Lukács, del 1910 e del 1956) essi ritrovano lo stile morbido in modo sovrumano e quella peculiare forma etica che è la rinuncia. Ma non vi sono più ghirigori, dietro la morbidità si affaccia, come Leporello dietro Don Giovanni, la saldezza di un convincimento: che, ovviamente, non può essere declinato ma la cui natura è indubitabile. In attesa dell’annunciato Meridiano Mondadori dedicato all’opera del grande scrittore prussiano, Infanzia sul Baltico , (Santi Quaranta, pagine 223, lire 25.000) è una sorpresa. Dei diciassette romanzi che Fontane scrisse tra i suoi sessanta e ottant’anni, in Italia ne sono stati pubblicati dodici. Mai, finora, uno scritto di natura non romanzesca. In particolare Meine Kinderjahre (è il titolo originale) da un punto di vista storiografico ha un valore doppio; in più ne ha un terzo, assoluto: un valore poetico in sé, una delle opere più alte della fine del XIX secolo (il testo è del 1893). Il doppio valore storiografico si orienta verso le due opposte direzioni: verso il passato, come è naturale, per una ricostruzione del mondo di Fontane; e verso il futuro, poiché si tratta di un cartone preparatorio del suo romanzo non più famoso, che è Effi Briest , ma più importante e ultimo, che è Il signore di Stechlin , del 1897: all’avanguardia nella storia del romanzo-conversazione. In quanto al senso poetico di Infanzia sul Baltico , lo si desume dal confronto con testi di analogo tema e pari levatura. Penso alla parte delle Memorie d’oltretomba da Chateaubriand dedicata alla sua eroica infanzia (eroico è il modo in cui Chateaubriand rivive quegli anni lontani). Penso a Anni d'infanzia di Sergej Aksakov, al suo tono da cronaca imparziale, come se l’argomento fosse l’infanzia di un vicino di casa. Penso, infine, a Infanzia di Tolstoj: storia di un bambino che racchiude in sé la potenza guardinga e creatrice di un adulto.
La peculiarità di Fontane è quella che avevamo individuato nei romanzi precedenti e che otterrà il suo trionfo nel Signore di Stechlin . In una lettera citata da Thomas Mann, il trentasettenne Fontane scrive alla moglie di "provar piacere nell’ascoltare musica". Dal che deduce: "Noto che invecchio". E, davvero, come ne fosse presago, al di là di tutti i temi possibili, la qualità suprema di Fontane è, appunto, la musica: la musica come fattore di contenimento, di misura, di sobrietà. Lo stesso Mann annota: "Cultura, intelligenza, gusto, assiduità: si vede bene come questo figlio del Nord facesse maggior conto dell’intelligenza cosciente, di quella consapevolezza dell’ideale, che non dell’ebbrezza".
Pensando alle grandi famiglie del romanzo ottocentesco, se da una parte c’è la famiglia epica, Balzac-Tolstoj; e dall’altra la famiglia drammatica, Dickens-Dostoevskij, da un lato e al centro, in qualità di giudice, troviamo la famiglia musicale: a partire da Flaubert, verso Maupassant, verso Turgenev e Cechov, verso lo stesso James e verso Fontane, per finire con Schnitzler. Da vero prussiano, meno incerto cioè di come lo dipinge Lukács, Fontane sotto l’elemento musicale (uno stilismo liquido, privo di ogni iconicità, e che tende a oltrepassare il significato) seppellisce la gabbia di una razionalità filosofica e dunque salvifica.
"Senza un capitale, senza appoggi di famiglia, senza una robusta salute, senza una vera scuola e vera cultura, non fornito d’altro che di un talento poetico e di un paio di calzoni senza garbo (alle ginocchia fanno sempre borse), sono entrato nella vita", ricorda Fontane. Ma in una poesia conclude: "Vita: beato cui essa dona gioia, figli, pane quotidiano;/ pure il meglio ch’essa manda/ è il sapere ch’essa manda,/ è la fine, è la morte". Ma questo non è affatto, come sostiene Lukács, una prova del nichilismo di Fontane. A me pare esattamente il contrario. In Infanzia sul Baltico non c’è un filo di nostalgia, nessun desiderio di salvare il tempo perduto. Semmai, c’è l’ostinata precisione di uno storico delle cose che contano: un capitolo dedicato alle origini francesi, uno al padre e uno alla madre, uno alla città, uno ai vicini; uno al mondo (allora percettibile), uno alla scuola, uno ai giochi, uno alla fine di un’epoca, quella che arriva ai dodici anni. C’è poi uno straordinario capitolo, il sedicesimo, intitolato "Quarant’anni dopo" e che è un intermezzo per così dire postumo.
Se Infanzia sul Baltico è un libro musicale, e se questa musica è di contenimento, lineare, orizzontale, il sedicesimo capitolo, sull’ultima visita al padre, appare come uno stacco assoluto; un impromptu , acuto e verticale. Agli occhi del vecchio Fontane il padre da vecchio, come il padre da giovane, è indimenticabile non solo perché è il padre, ma perché è quel padre: isolato dalla comunità, buono, infine arreso; pure, di indomabile, gioiosa, maliziosa vitalità: più o meno le doti di una natura meridionale che Thomas Mann attribuiva alla madre e che, mischiate allo sprezzo per ogni alterigia, suonano come l’essenza della cultura tedesca positiva. Il grande teologo Dietrich Bonhoeffer, in carcere, nel 1945 chiedeva ai familiari che gli procurassero libri di Fontane (era, diceva, la Germania). Fassbinder, con il suo dolente e limpidissimo Effi Briest del 1974, fissò il prototipo della (sua) eroina tedesca. In quanto allo stesso Fontane, sebbene sotto le mentite spoglie di Stechlin, così postillò la propria vita: "Si raggiunge la grandezza solo quando le cose cominciano ad andare male, quando c’è da temere ad ogni istante che tutto vada a catafascio. È lì che si vede. Il coraggio è buono, ma la resistenza è meglio. Resistere è ciò che conta".