EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Gazzettino", Domenica 4 febbraio 2001-02-10

Theodor Fontane racconta la sua "Infanzia sul Baltico", memorie di un autore ormai maturo che scrive per rivedersi ragazzo

di Rolando Damiani

 

La vocazione narrativa di Theodor Fontane si manifestò tardi, quando egli aveva già 58 anni, e divenne quasi una frenesia creativa. Inizialmente egli aveva ereditato dal padre il mestiere di farmacista, coltivando in sordina i suoi interessi letterari con articoli e ballate disperse in riviste. Anche la politica lo attirava, e nel 1848 si era espresso a favore dei moti insurrezionali. Amava tuttavia la libertà non meno dell’ordine, e finì per accettare l’invito degli Hohenzollern che gli offrivano un posto nell’ufficio stampa del governo prussiano. Alla storia patria, dall’età del grande Federico a quella di Bismarck, dedicò varie pubblicazioni divulgative, talora in forma di diari di viaggio, prima di convertirsi in romanziere secondo un modello desunto più da uno Scott o da una Austen che dai contemporanei Flaubert e Zola. Vi sono del "retardataires" – ha scritto Nietzche – che compiono qualche passo indietro per saltare oltre la propria epoca, e Fontane ne è un esempio nei suoi capolavori senili, dove le più complesse questioni sociali si sublimano in fitti dialoghi e battaglie tra quattro mura. "Effi Briest", che apparve nel 1895, è il titolo più noto e significativo al riguardo.

Poco tempo prima di tratteggiare la figura di Effi (un’eroina della fragilità, vagamente affine alla Bovary e alla Karenina), egli fu colto da un improvviso inaridimento della vena, che gli era sgorgata con un impeto a lungo trattenuto. Confidò a un medico di sentirsi "mancare il fiato" ed ebbe in risposta la prescrizione di redigere le proprie memorie per rivedersi ragazzo. A questa strana ma geniale ricetta dobbiamo il volume "Infanzia sul Baltico" (inedito in Italia sino all’attuale edizione stampata da Santi Quaranta, L. 25.000), in cui Fontane racconta il soggiorno, dall’estate del 1827, in un paesino costiero sito nel golfo di Pomerania, dove suo padre aveva acquistato una farmacia con annessa una vasta abitazione pittoresca, ricca di solai e di mille anfratti. È un angolo sconosciuto d’Europa, popolato da molti discendenti degli ugonotti in fuga (come i Fontane), dove quotidianamente "le piccole cose si rivelano più importanti delle grandi". Nel ricordo l’autore rintraccia personaggi tipici e scene di feste locali, giochi con i coetanei tra strade sassose e argini, riti sociali che poco invidiavano all’etichetta delle capitali. E al centro della scena colloca, come protagonisti indimenticabili, il padre e la madre, dai caratteri opposti: l’uno, cultore maniacale di aneddotica napoleonica, è estroverso e amante degli azzardi, anche al tavolo verde, mentre l’altra si impone rigore, severità, realismo.

webmaster Marco Giorgini