Ne I mandarini della piccola Atene s’intrecciano le vicende del professor Lorenzo Alberti, la storia del Liceo Classico "Canova" sconvolto dalla contestazione studentesca e il ritratto inedito di un città bella come Treviso, affrescata da Enzo Fontana con occhi visivi un po’ visionari, più notturni che solari.
L’autore procede in punta di penna briosa, con la tecnica dei colpi di fioretto, con un gioco di scherma rilassante e netto; ne esce un romanzo coinvolgente, a più piani che si compongono naturalmente, dotato di humor e qua e là di una sottile vena grottesca.
Protagonista del libro è il "grande Istituto", il "Canova", sorto in epoca napoleonica, che – alla fine degli anni sessanta – si piega al vento lacerante degli "studenti-barbari" quasi si trattasse di un autentico Palazzo d’Inverno preso d’assalto e fiaccamente difeso dai "mandarini" (così i contestatori chiamavano i loro insegnanti).
Fontana ritrae i professori con schizzi fulminanti e pastosi; li rievoca, sornione e disincantato, fino all’esilarante riunione con "Sua Eccellenza" il Ministro "bambin" della Pubblica Istruzione.
Sullo sfondo si staglia Treviso, la "piccola Atene" come è stata definita da alcuni, in certi periodi del Novecento, per la sua vivacità culturale. Chiusa nelle sue mura con le chiese, le cupole e le "Torri vermiglie", attraversata dai suoi morbidi fiumi, Treviso gentilizia resta impassibile, quasi indolente secondo il suo proverbiale modo di vivere che è all’insegna del "no’ vao a combatar". E la lingua risulta elegante e gradevole; creativa.
Prima pagina
Il sette di dicembre dell’anno millenovecentosessantotto, vigilia dell’Immacolata, vestito correttamente di grigio, grigio anche il cappello, il prof. Lorenzo Alberti salì rapido le scale, quasi sul punto di essere sorpreso dal suono del campanello, esattamente come gli accadeva ogni giorno da più di vent’anni.
Tanti essendone ormai trascorsi – e veramente non pareva a ripensarci – da quando aveva varcato per la prima volta quella porta e il preside Pianelli, detto Spinassa, gravemente apparso sulla soglia con la catena d’argento pendere dal taschino del panciotto, aveva voluto assicurazione che mai, mai sarebbe arrivato in ritardo ad una qualsivoglia riunione dal signor Preside indetta.
In sala appese il cappotto, salutò brevemente a destra e a manca, afferrò il registro apprestandosi ad iniziare con lieve sospiro la giornata che era fra tutte la più faticosa: esattamente quattro ore filate, a parte ovviamente l’intervallo delle ore undici.
E già gli occupava la mente con le sue forme a priori e gli imperativi il diletto Immanuel, mentre, come di consueto, camminava avanti e indietro nel ristretto spazio che si apriva tra la cattedra e i banchi e si immergeva nel fiume di parole in cui aveva consumato la vita.
"E dunque riassumendo…".
Scorreva voce monotona, suadente, tra i muri a mezzo ricoperti di grigia dipintura lavabile, le rosse piastrelle pentagonali.
A scuola, in classe, non perdeva mai il controllo di sé. Aveva naturalmente le sue inibizioni. Per via della dignità.
Il signor Professore che si rispetti non deve urlare, mai battere il pugno sul tavolo, ostentare ignobile rossore sul viso.
(…)