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Il profumo delle tavole
(Ulderico
Bernardi)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Ci sono tanti libri aulici,
noiosi o pretenziosi sulla cucina delle Venezie, Il profumo delle tavole è invece un’opera profondamente diversa.
Si distende come un arazzo di temperamento veneto,
cioè amicale, teneramente gioioso e conviviale. Esprime, con un suo singolare
ritmo narrativo e antropologico, le ricchezze e lo spessore della civiltà
identitaria, non solo gastronomica, delle genti venete con una viva, interna
poesia.
Ulderico Bernardi
attraversa le cucine dei Veneti con occhio e divagazione amorosi, compiendo un
viaggio gioviale e piacevole, fra tradizione e attualità, rivelando così le
qualità materiali, ma anche spirituali, della cucina povera, della cucina
contadina e della cucina patrizia. Diverte con brio segnalando aneddoti,
proverbi, massime, filastrocche, modi di dire, motti di spirito, anche
fulminanti, improntati alle varie parlate delle Venezie. “Divaga” con gusto
e letizia l’Autore; curioso e intelligente, sapienziale e alla mano, via via
componendo un libro sui generis che è
come un banchetto rusticale di nozze. E così ottiene la simpatia del lettore
che sente levarsi dalle tavole imbandite un profumo,
una sorta di effluvio visivo che pacifica i sensi e rasserena l’anima.
Sigilla, Il
profumo delle tavole, un’antologia culinaria chiamata «Dispensa
Letteraria» con testi, sia in poesia che in prosa, rari, suggestivi e
originali, soprattutto sulla Polenta, il Pane e il Baccalà, che attingono anche
alla struggente memoria dell’emigrazione veneta nel Brasile del Sud.
Prima pagina
I
Introduzione
a mo’ di antipasto
In principio era l’uomo che
mangia, felice di soddisfare questo bisogno essenziale ogni qualvolta gli
fosse dato. Poi la modernità ha reso tutto più complicato: cibi, modalità
di consumo, aspettative. Un enorme spazio sociale, psicologico, tecnico e
scientifico separa il mangiatore sempre affamato che grida al mondo il suo
monito proverbiale:
O
de paja o de fén, el stomego gà da essar pien!
dalla
ragazza anoressica, dal giovane bulimico, come anche dalla massa degli
obesi contemporanei, resi tali dall’eccesso di cibi scadenti quando non
addirittura nocivi. L’uno, consumato dall’affanno del cibo insufficiente,
personaggio remoto nel tempo anche se vissuto, almeno in questi nostri paesi,
fino a cinquant’anni fa. Gli altri, figli di un allampanato presente messo a
disagio dalla necessità di nutrirsi.
L’antico viveva all’insegna
del motto: impienàr le buèle, come
proclamava Arlecchino, mentre i nuovi praticano ossessivamente il culto del
corpo, inseguendo utopie di rimodellamento chirurgico a tutto campo.
Eresie entrambe, cupe
ossessioni dettate dai tempi: di crudele squilibrio sociale, in un caso, di
pesante condizionamento sociale nell’altro.
[…]
Rassegna Stampa
Elogio
della cucina veneta (Il Gazzettino, 12 aprile 2006)
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