EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Italia Oggi", Sabato 5 marzo 1994

Il libro della settimana

I bambini umiliati e offesi

Minnie Al zona racconta le paure dell’infanzia

di Giuseppe Pederiali

I racconti sono brevi, cinque o sei pagine, e tutti dedicati a quella stagione della vita, l’infanzia, comunemente definita "felice" o "spensierata". In realtà si tratta di un periodo spesso doloroso, sempre difficile, che soltanto il passare degli anni dipinge con i colori gradevoli della memoria. Le pene e le paure vengono rimosse, ma non dimenticate nel profondo, tanto che l’imprinting dell’infanzia ce lo porteremo dietro per tutta la vita. Esplorando gli abissi del cuore bambino, profondi e collegati perfino al "nulla" che precede la nascita. Minnie Al zona riesce a far riemergere, anche in noi, il ricordo di paure, tremori, trasalimenti.

Il pane negato di Minnie Al zona (Santi Quaranta, 145 pagine, 20 mila lire) è un’antologia di racconti dedicata all’amore negato ai bambini, con splendide pagine dove la scrittrice, una delle più sensibili interpreti dell’universo infantile, sa parlare al cuore degli adulti. Autrice di libri di poesie, di fiabe e di racconti, la genovese Minnie Al zona è anche uno dei pochi romanzieri italiani capaci di scandagliare l’animo umano sino nei recessi più remoti, e in maniera capillare e totale, mettendone impietosamente a nudo le ferite e le debolezze. E tutto questo con una pacatezza e una delicatezza femminili che nascondono una determinazione a volte persino crudele.

I racconti de Il pane negato sono perle dell’anima, infilzate quando era ancora ben sensibile la creatura che le ha prodotte. La scrittrice possiede una specie di macchina del tempo che le consente di tornare bambina e riafferrare (e registrare) gli attimi fuggenti: non possono che essere autobiografici gli episodi diventati racconto.

Ci pensano il tempo e la scrittrice a stilizzarli e trasmetterceli con la mediazione di uno stile letterario raffinato e personalissimo.

Chi conosce i romanzi di Minnie Alzona, da La moglie del giudice (premio Charles Veillon) a La strega, da Viaggio angelico a La corona di Undecimila (delizioso racconto storico dedicato ai giovani), ritroverà in queste prose di poche pagine una sorta di concentrato di alcuni dei temi più cari alla scrittrice ligure.

In fondo al volume, il brano in corsivo intitolato La faccia a terra è un discorso sulla paura dell’infanzia non più in forma di racconto: una confessione in prima persona, scritta con il cuore:

"… Rammento ancor oggi, con qualche confusione, la paura, una paura sottile allora e imprecisata, di poter essere ferita da certa opacità degli adulti, delusa da qualche loro atteggiamento contraddittorio specie se questi adulti io li amavo. Mi provocava reazioni insospettate, moti di dispetto, risentimenti ai quali seguivano inevitabili castighi…".

Difficile evidenziare particolari racconti di un’antologia che ha il progetto della omogeneità, del tema in comune, e di un robusto filo che lega le pagine. Minnie Al zona non è scrittrice da colpi di scena o trovate capaci di suscitare meraviglia. Il meraviglioso c’è, color pastello, minimalista, frantumato in mille preziosi pezzetti che un lento caleidoscopio rimuove per inventare altre forme e altre suggestioni.

Per capire la qualità della scrittrice basterebbe il racconto Bianchina. Due le bambine in scena, una "normale" e una affetta da una grave deficienza mentale. Sarebbe stato facile scantonare nella superficiale commozione, nella curiosità che sempre nasce nei confronti dell’handicappato, o anche nell’ipocrita messaggio di speranza.

Il racconto è, invece, giocato tutto sulle reazioni psicologiche della ragazza sana, e nel tentativo di capire la ragazza ammalata, con una pietà e una comprensione che non sono mai compassione e indiscrezione ("… Non articolava parola, ma in queste occasioni sapeva farsi intendere per indurla a ripetere il gioco. Chissà cosa coglieva in questi tratti incerti, quale sicurezza o letizia le infondeva quella bocca festosa e ardente…").

Altri racconti sono quadretti di grande poesia (come la visita della bambina in convento, in Dalla cugina monaca), e sempre con i segni delle ferite ancora sanguinanti che tutti portiamo dentro. Una prova, utile forse ad affrontare i dolori adulti.

webmaster Marco Giorgini