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" Avvenire",
11 febbraio 2006
Un detective nell'incubo
di Alessandro ZACCURI
E se la rivolta contro il Grande
Fratello fosse un po’ meno democratica di quanto pensiamo? Se
l’individuazione del tiranno da abbattere non obbedisse soltanto al desiderio
di libertà, ma anche alle ragioni, oscure e impresentabili, del pregiudizio?
Dubbi che possono apparire bizzarri, ma che risultano più che legittimi dopo la
lettura de Il Palazzo a mille piani dello scrittore ceco Jan Weiss,
inquietante capolavoro della letteratura fantastica apparso per la prima volta
nel 1929 e soltanto reso disponibile al pubblico italiano grazie alla versione
curata da Chiara Baratella per Santi Quaranta.
Particolare importante, la data si
pubblicazione. Perché il ’29 è l’anno della crisi di Wall Street e della
conseguente depressione socio-economica, anzitutto, e questo aiuta a comprendere
come mai la minaccia del capitalismo selvaggio –servile con i ricchi e
spietato con i poveri- incomba in modo tanto evidente sull’elaborata
invenzione di Weiss. Ma il dettaglio cronologico svolge un ruolo importante
anche per quanto riguarda la storia del particolare genere al quale Il
Palazzo a mille piani appartiene, quello cioè
della distopia, l’utopia negativa inaugurata nel 1225 da Noi del
russo Evgenij Zamjatin e destinata a culminare in opere divenute proverbiali
come Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley (1932) e 1984 DI George
Orwell (1949). Che il quadro fosse in realtà più complesso lo lasciava già
intuire un lungo racconto edito da Bompiani qualche anno fa, Blocchi
dell’olandese Ferdinand Bordewijk, una sorta di Mondo Nuovo tutto
giocato sul paradosso geometrico e pubblicato nel 1931, in anticipo rispetto al
romanzo di Huxley. Un invito a rivedere le coordinate geografiche dei nostri
riferimenti, insomma, tracciando nuove linee di continuità e riscoprendo
esperienze rivelatrici. Come quella di un altro grande autore ceco, Karel Capek,
che per primo, nel 1921, adopera il termine di “robot” per le macchine
antropomorfe protagoniste del suo romanzo R.u.r. L’ambiente culturale
è, appunto, lo stesso al quale appartiene Weiss, un’intellettuale della
piccola borghesia rimasto drammaticamente segnato dall’esperienza della guerra
e, in particolare, dalle proibitive condizioni della prigionia. Il Palazzo a
mille piani è il resoconto del delirio di un soldato che, nel susseguirsi
di allucinazioni sempre più dettagliate, si convince di essere l’infallibile
investigatore Petr Brok. Un eroe di forte caratura metafisica, quest’ultimo,
disposto a rinunciare alla propria memoria pur di ottenere il dono
dell’invisibilità che gli consenta di aggirarsi indisturbato nei meandri di
Mullerdón, la sconfinata città-palazzo edificata dal misterioso plutocrate
Ohisver Muller. Adorato come una divinità, il magnate è in grado di spiare e
manifestarsi in ogni angolo del Palazzo a mille piani, nel quale non è
difficile riconoscere l’immagine capovolta del Castello kafkiano: a
Mullerdón, infatti, ma risulta impossibile uscire.
Con Kafka, dunque, si ritorna a Praga,
si ritorna alla scrittura esoterica e visionaria di un autore come Gustav
Meyrink, la cui lezione filtra in modo vistoso nelle pagine di Weiss. Si
ritorna, più che altro, al clima contraddittorio dell’Europa centrale tra gli
anni Venti e Trenta, dopo il crollo degli imperi e prima dell’avvento del
nazismo. E si prova un brivido nel momento in cui, giunto finalmente al cospetto
dell’esecrando Muller, il detective Brok ha la rivelazione del tipico usuraio
ebreo da vignetta antisemita o, se si preferisce, da illustrazione dei Protocolli
di Savi di Sion.
Pregiudizi dell’epoca d’accordo.
L’epoca che ci ha dato Kafka e i
robot, l’Olocausto e il Grande Fratello.
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