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Il palazzo a mille piani
(Jan Weiss)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Lo scrittore ceco Jan Weiss, ferito sul fronte russo durante la prima guerra mondiale, giace in una baracca militare in preda a incubi e allucinazioni. Ne Il Palazzo a mille piani egli racconta un sogno estremo, ma non è il delirio a guidarlo bensì la profezia intesa nel suo significato più profondo: immaginazione anticipata o divinazione riguardo alla società e al destino futuro degli uomini. Una visione dantesca accompagna questa sua ricognizione incalzante che spalanca agli occhi del lettore un inferno orrido, moderno e attuale, con un realismo esasperato e, insieme, fa emergere le categorie di un’umanità dolente e  tenerissima.

L’ispettore Petr Brok, come un cavaliere medievale senza macchia e senza paura, dà la caccia all’Artefice dell’orribile grattacielo a mille piani, dove “soggiornano” i dannati, cioè gli uomini schiavizzati da un disegno concreto e alienante di globalizzazione. Rendendosi invisibile, Petr Brok attraversa i piani mai perdendo la propria fisionomia di uomo vero (s’innamora perfino della reclusa principessa Tamara) e, dopo infinite peripezie e colpi di scena, giunge al luogo del Potere abitato, non da un superuomo, ma da un nano crudele.

Jan Weiss incide tutto ciò in un affresco concitato e sconvolgente, sul ritmo visivo e visionario (s’incontrano infatti messaggi pubblicitari, scritte d’insegne, pannelli luminosi…) di un surrealismo a suo modo iperrealista, e dentro il movimentato intreccio di un thriller continuo e catturante.


Prima pagina 

I

inizia con un sogno

un uomo su una scala

un tappeto rosso

chi sono?

  

             Fu un sogno orribile: il cavo di un teschio gonfio d’oscurità e, al suo interno, un piccolo lume giallo. A quella luce qualcuno gioca a carte, ma il gelo è così intenso che a malapena può riconoscere i semi delle carte, ricoperto da uno strato di brina. Poi un’ampia piattaforma, come sospesa nell’aria, e sopra una fila di persone accostate fittamente le une alle altre. Sono tutte distese sul fianco sinistro e si riscaldano vicendevolmente, le ginocchia intirizzite e gli addomi intorpiditi. Se qualcuno si muove trascina con sé il moto di un’intera fila di corpi; in un attimo, gli elementi si sganciano, la riga si deforma e i corpi si riversano sull’altro fianco. Poi si appiccicano nuovamente, le ginocchia si rannicchiano ad incassare i grembi. Ma ormai più nessuno si riscalda. Lentamente penetrati dal gelo si irrigidiscono, come infilzati da un lungo spillone. D’un tratto una mano gigantesca afferra un teschio congelato e in un delirio infernale, lo scaraventa sul fuoco. Il teschio si spacca! Un dolore terribile, insopportabile,…risveglio! L’uomo uscì dall’incubo. Gli occhi scivolarono sul piano inclinato del soffitto. Ma dove sono? Fu quello il suo primo pensiero.

            Scale. Il cuscino di quel suo sonno era stato un gradino alla base di una scalinata ricoperta da un tappeto rosso. Una corda scarlatta sospesa al muro faceva da corrimano, sul lato opposto una fila di coni in marmo saliva di sghembo verso l’alto.

            Dove sono? – l’uomo scattò in piedi.

            Giù o su?

            Su! – si disse.

            Salì, tre o quattro scalini per volta, oltrepassò la spoglia superficie di un pianerottolo fra due rampe senza porte né finestre; e di nuovo la scala con il tappeto rosso. Poi ancora un piano buio, vuoto, con una lampada bianca al soffitto. Il tappeto rosso!

 

(…)


Rassegna Stampa

Un detective nell'incubo ("Avvenire", 11 febbraio 2006)


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