di Marina Boscaino
Le incomparabili suggestioni del paesaggio veneto, che tante grandi pagine hanno ispirato nel nostro e nei secoli passati. La dimensione antica e suadente di una vita trascorsa tra sottili piaceri genuini, odori penetranti di una campagna invitante, usanze e tradizioni di una società incontaminata e di un tempo in cui ancora era possibile sognare e ancora essere se stessi, aderire alla vita in maniera totale, tra le cose realmente autentiche, di una verità non preconfezionata e necessariamente aderente ai dettami ideologici della moda corrente. Un repertorio umano, umanissimo, di personaggi che e,ergono dalla memoria, rivivendo in pagine al confine tra veglia e sogno, là dove il passaggio di questa frontiera non è sublimazione, ma affettuosa rimembranza di una purezza di cose e persone. Tutto questo ed altro ancora è Il paese dei gelsi di Ferruccio Mazzariol, recentemente pubblicato da Santi Quaranta nella collana "Il Rosone" sul quale vale la pena tornare.
Il cinquantunenne Mazzariol giornalista, saggista, pensatore e poeta, aveva già espresso il calibro della propria scrittura, oltre che nei numerosi interventi su quotidiani e riviste e in alcune raccolte di liriche, anche e soprattutto in I capelli di Sansone (narrativa della grazia e dell’esilio) del 1989, una ventina di saggi letterari su autori per lo più contemporanei, sia italiani che stranieri, caratterizzati da un non comune acume critico. In I capelli di Sansone la Grazia, cattolicamente intesa, diventa leit motiv e parametro critico nell’analisi di scrittori per lo più diversissimi tra loro.
Quattro "incontri" con altrettanti letterati italiani – Rigoni Stern, Bartolini, Sgorlon e Tomizza – chiudono questo interessante ed inconsueto volume, il cui debito con la produzione nord orientale del nostro Paese – area tipicamente mitteleuropea – è più che evidente.
La familiarità con la letteratura e con le cose letterarie emerge anche in questa ultima opera del Mazzariol, lontana per certi versi dal rigore critico e dalla sapienza che traspaiono dalla precedente, ma pur sempre di essa sorella, se solo ne si consideri l’analogia stilistica. È uno stile, quello di Ferruccio Mazzariol, che non perde la propria specificità, sia che si cimenti sul terreno della critica, sia che si sviluppi in un discorso narrativo. Ed è uno stile chiaro, pulito, una scrittura connotativi e fluente, perfettamente comprensibile e contemporaneamente inappuntabile dal punto di vista squisitamente formale.
Il paese dei gelsi è Ponte di Piave, in provincia di Treviso, dove Mazzariol è nato e dove ha trascorso la sua infanzia incantata. Memoria e tradizione, due elementi semanticamente, logicamente e poeticamente tanto affini e consequenziali, costituiscono il tratto portante di questo suggestivo recupero che Mazzariol compie del proprio vissuto originario. Memoria e tradizione che, sapientemente combinati nel succedersi dei capitoli, ricostruiscono il piccolo Eden dell’infanzia, luogo mitico dell’esperienza interiore, come mitico è il luogo geografico in cui quell’esperienza si compie.
Pare quasi che quel sentimento della Grazia che aveva costituito il motivo portante dei saggi critici di Mazzariol ritorni qui, oggettivato nelle antiche e genuine tradizioni religiose quali il Veneto ha espresso, in un sentimento di serenità gioconda che traspare dall’intera narrazione, nel progressivo e quasi impercettibile spostarsi della narrazione medesima dal piano della realtà al piano quasi della fiaba.
Operazione che non aliena consistenza all’accaduto; ne aumenta paradossalmente la credibilità, ponendosi come espressione irripetibile di chi l’imprinting alla vita lo ha avuto dalla semplicità, dall’autenticità, dalla solidità di un paese come Ponte di Piave e dalla gente che lo abitava. Il che, al di là di una facile retorica antimetropolitana, può essere considerata una fortuna non indifferente.