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Il giovane Bek
(Aleksandr Bestuzev)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Il giovane bek. Una storia del Caucaso è uno dei romanzi più "lunghi" di Bestužev e, certamente, quello al quale ha dedicato maggior tempo nella stesura: dal maggio 1830 al settembre 1831.

Il libro, affascinante, pieno di colpi di scena, introduce il lettore nel mondo arcaico delle genti caucasiche e delle loro tradizioni, e rende in maniera suggestiva la bellezza dei paesaggi. Nel succedersi degli scontri tra russi e popolazioni montanare del Caucaso, agli inizi dell’Ottocento, spicca la figura di Ammalat, il giovane bek (capo), lacerato tra la fedeltà alle proprie radici e il lealismo verso lo zar.

Ammalat-Bek è personaggio complesso, la cui vicenda finisce in tragedia; dal punto di vista letterario rappresenta un’infrazione all’immaginario collettivo dei lettori del tempo: non più il mussulmano fanatico, irrigidito nelle ancestrali tradizioni della sua terra, bensì un giovane fiero, innamorato della vita nelle sue diverse espressioni al punto da stringere una fraterna amicizia con un ufficiale dell’esercito zarista, il colonnello Verchovskij che rappresenta una Russia di civiltà cristiana ed europea, diversa, anzi contrapposta all’Asia.

In questo romanzo Bestužev sa dare voce polifonica sia al Caucaso profondo che alla Santa Russia, rivisitata in senso anche illuministico. Delicata e bellissima, con toni drammatici, č poi la storia d’amore tra Seltaneta e il giovane bek.


Prima pagina 

CAPITOLO I

 

Era il giorno di džuma. Nei paesi di Buinaki, un vasto villaggio situato nel Daghestan settentrionale, la gioventù tartara si era riunita per la džighitovka, il tradizionale torneo a cavallo che comprendeva varie prove di destrezza e di bravura. Buinaki è situato su due terrapieni a precipizio sulle montagne: a sinistra della strada che conduce da Derbent a Tarki, si erge il versante del Caucaso ricoperto di foreste; a destra emerge la costa che, declinando impercettibilmente, si allarga sui campi, dove si infrange l’eterno mormorio del Mar Caspio, turbolento come la stessa umanità. La giornata primaverile confluiva lentamente nella sera e tutti gli abitanti, attirati dalla frescura dell’aria più che dalla curiosità, avevano abbandonato le loro sakli e si erano riuniti a piccoli gruppi su entrambi i lati della strada. Le donne, senza velo e con i fazzoletti variopinti ripiegati sul capo a tubante, indossate le lunghe camicie di seta, strette da corti archaluk (tuniche), e i larghi tumany, sedevano in fila, mentre torme di bambini giocavano poco distante. Gli uomini facevano capannello in piedi o accovvolati sui talloni, oppure passeggiavano lentamente in cerchio, in gruppi di due o tre; i vecchi fumavano tabacco in piccole pipe di legno; un allegro parlottare si diffondeva tutt’intorno e di tanto in tanto si udiva uno scalpiccio di zoccoli e il grido – kač, kač (fate largo) – dei cavallerizzi che si stavano preparando al torneo.

(…)


Rassegna Stampa


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