EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Messaggero Veneto", 24 febbraio 2003

 

Amedeo Giacomini nei segreti di Villa Manin

 

di Carlo Sgorlon

 

Amedeo Giacomini è notissimo e stimato soprattutto per la sua attività lirica, e in modo particolare quella in friulano. Ma è autore anche di pregevoli narrazioni o di prose, come Manovre o Dell'andar per uccelli col vischio, recentemente ripubblicati da una casa editrice trevigiana, molto apprezzata, e anzi considerata da alcuni una minore Adelphi del Veneto. Ora di Giacomini è apparsa un'autentica novità, Il giardiniere di Villa Manin (Santi Quaranta, 170 pagine, 11 euro), che con altre prose rappresenta un momento di grande rilievo nella sua opera di scrittore.

Giacomini, anche da prosatore, riflette piuttosto la figura tipica del letterato italiano, piuttosto che quella più rara del narratore. E' un po' come dire che Giacomini è piuttosto lontano da ciò che il Manzoni una volta disse nei Promessi Sposi: "A noi basta avere una storia da raccontare".

Giacomini, nelle prose, cerca soprattutto l'eleganza dello stile; poi, in seconda istanza, anche la liberazione di certi suoi umori satirici, e ironie di sapore vagamente gaddiano, anche se la sua forma espressiva, a differenza di quella di Gadda, è lontana da soluzioni dialettali e multilinguistiche. L'unico racconto che fa eccezione a questo schema è Il giardiniere di Villa Manin. E' un personaggio che ha dedicato tutta la vita al parco e al giardino di quella che è forse la più famosa delle ville venete, e sta per andare in pensione dopo quarant'anni di lavoro. Vi è quindi nello sfondo, anche se non ha un rilievo eccezionale, un'atmosfera crepuscolare benché Giacomini non si estremamente sensibile alle dimensioni esistenziali, come il tempo, l'unicità della vita, la sua irreperibilità, il suo fatale fluire nel nulla, le nostalgie che si trascina dietro.

L'immensa villa veneta è ben presente in ambedue gli scrittori codroipesi di maggiore spicco. Si pensi al rilievo avanguardistico e un po' misterioso che ha in Elio Bartolini la villa Manin ( Chi abita la villa ). Giacomini narra in chiave più quotidiana e realistica. Ma sta di fatto che anche per lui la famosa villa è un luogo fondamentale della sua esperienza e della sua cultura e quindi prima o poi sarebbe dovuta diventare anche per lui lo sfondo e la scenografia per una storia. Ma vediamola da vicino, questa storia. Il personaggio che è stato al servizio della villa e del suo parco non è un proletario, bensì un uomo colto, molto legato alla natura e dotato di un notevole gusto artistico. Sente gli alberi come esseri viventi, da curare e da risanare, di cui cerca il benessere come fossero persone. Conosce il suo mestiere fin nel dettaglio, con sottigliezze e raffinatezze da scienziato. Il lavoro del giardiniere è descritto da esperto, da persona colta, da letterato. C'è in Giacomini un lato ecologista di grande rilevanza. Lo rivela la sua sensibilità per le cose di natura, in particolare per gli alberi e gli uccelli. Ma lo evidenzia anche la sicurezza scientifica delle sue conoscenze, il suo rifiuto e il velato disprezzo per il pressapochismo, per le conoscenze vaghe e di tipo sentimentale. Per Giacomini conoscere significa sapere le cose in forme scientifiche, concrete e dettagliate. Lo dimostra appieno la divagazione sulla processionaria, in cui le nozioni in suo possesso sul terribile parassita risultano impressionanti. Che Giacomini tenda a confondersi con il protagonista lo dimostra chiaramente un'altra divagazione, quella sull'arte topiaria, che è poi quella del giardiniere. Si tratta di un commento a un brano della Hypnerotomachia Poliphili, una delle opere più strane, per contenuto, immagini e linguaggio del Quattrocento italiano, attribuita a uno scrittore religioso, un frate, Francesco Colonna. Una di quelle opere che, per la loro molteplice singolarità, attirano i letterati come Giacomini, e non certo i giardinieri. E così appartengono molto più al nostro scrittore che al suo personaggio i ricordi del dopoguerra, i giudizi sociologici sul conte, la sua cultura, le sue vicende matrimoniali; i giudizi di natura estetica sulle statue del giardino, o sulla sua forma: tutte cose che scaldano il cuore del nostro autore, e gli ispirano pagine appassionate: una sorta di "poesia didascalica", come si esprime il Croce a proposito delle pagine più strettamente teologiche del Paradiso dantesco. Tra le altre prose del volume mi sembra notevole quella dedicata dall'autore al movimento mazziniano di Navarons. GIacomini, di radice ideologica comunista, ricorda i modi pesanti in cui il famoso rivoluzionario viene definito in una lettera di Marx e Engels. Mazzini un po' se lo meritava, perché organizzava sommosse liberali con leggerezza, come se si trattasse di sagre popolari. Il moto di Navarons, guidato dal tenente Andreuzzi, ed eseguito da una cinquantina di liberali disperati, fu qualcosa più di comico che di risorgimentale. Giacomini, che certo non si nega le occasioni per divertirsi alle spalle di personaggi o di situazioni risibili, ha scritto un godibilissimo saggio-racconto, in cui si mostra tutta la sua verve ironica, che è raffinato mestiere di umanista, quando gli scrittori usavano tutta la loro cultura e le loro risorse linguistiche, per polemizzare tra loro, o per scrivere opere come la Murtoleide o La secchia rapita.

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