EDITRICE SANTI QUARANTA

 Via Manin, 56 - C.P. 277 - 31100 TREVISO Magazzino: Via Muggia, 7 Ccp: 17837311 P.Iva: 021852210263 CF: MZZFRC39C16G846G

 Tel/fax: 0422/433194

Torna alla Homepage

"La Tribuna", 11 dicembre 2002

 

Storie di piante e nobili dalla vita agra

Le Cante del giardiniere botanico di villa Manin

Amedeo Giacomini fa parlare in versi un personaggio immaginario

di Mario Bernardi

 

Amedeo Giacomini ha insegnato tutta la vita a leggere e scrivere: in latino, greco, italiano, ma soprattutto nella sua lingua madre che è il friulano. Lo ha fatto talmente bene che l'Università di Udine gli ha affidato la cattedra di filologia romanza e, successivamente, quella di Letteratura Friulana. E lui, che tra l'altro è poeta finissimo, ha messo in salvo una quantità enorme del patrimonio nascosto dentro a pagine di libri dimenticati, che vanno - storia e cultura insieme - a beneficio di generazioni e generazioni di giovani che diventeranno grandi e saranno, a loro volta, maestri.

L'autore, che vive a Codroipo e ha pubblicato le sue poesie nelle esili, famose pochettes delle Edizioni di Vanni Scheiwiller, ma anche con Campanotto, Rebellato, San Marco dei Giustiniani e Mobydick di Faenza, esce in questi giorni con una nuova prova narrativa: Il Giardiniere di Villa Manin (Edizioni Santi Quaranta pp. 167 Euro 11) che segue ai precedenti Manovre e Andar per uccelli. Splendido affresco - quest'ultimo - tra poesia e prosa, nel quale si cantano, in immagini delicate e gentili, le qualità e le attitudini degli uccellatori nelle avventurose performance fatte di trabocchetti, tramaglie, vischio e altre diavolerie in uso da secoli, a scapito di deliziosi tordi, fringuelli, cardellini, allodole, quaglie, passere e panegasse.

Tutti, stanziali o di passo, nelle pianure delle risorgive di Varmo o nelle praterie che fanno contorno alla grande villa che fu dimora della famiglia di Lodovico Manin, l'ultimo sfortunato Doge della Serenissima.

Dei suoi eredi si parla - infatti - in questo libro dedicato, nella sua prima Canta, al supposto diario di un personaggio immaginario e magnifico, che fu l'ultimo giardiniere-botanico del parco ultracentenario di cui si parla.

Amedeo Giacomini ha, oltre a quella filologica, profonda cultura e rispetto della terra in cui vive. Tale da consentirgli di descrivere e classificare le meravigliose essenze di un giardino che voleva innanzitutto significare la grandezza e l'opulenza di una dinastia. Tanto amata dal protagonista del libro, da farci percorrere, coi suoi pensieri, le tappe avventurose, distruttive, laceranti e stupende di una dimensione estetica che si affaccia, nel retro, sul grande arco delle prealpi spilimbergesi, e sulla facciata, specchiandosi sull'esedra e gli estesi territori verdi dell'ampia pianura che arriva fino al mare.

A villa Manin, dopo i soggiorni dei veneziani, sono passati i francesi, gli austriaci, i tedeschi, le truppe sud-africane, la resistenza, le liti familiari e tutto ciò che si portano dietro le disgrazie delle guerre.

Il personaggio, lasciando la "casa", della quale era stato fedelissimo ospite per tutta la vita, ricorda i suoi esordi, le regole, la costruzione delle architetture arboree e le persone della nobile famiglia, che sono passate consumando la loro vita (quasi sempre agra), dentro alle stanze di quella dimora di eccellente bellezza. Lo fa in un excursus che gli consente di farci conoscere la sua scienza, la cultura che si porta appresso con le casse di libri che lo seguiranno a Varmo, estremo retaggio del suo vivere.

Il giardiniere canta il Tasso e l'Ariosto in un improvviso deliquo di felicità che lo appaga del lavoro compiuto. E noi con lui, sentendoci vicini ai rumori del volo delle pojane e delle cento specie di uccelli che, con altre bestie popolavano il prato e la corte della villa.

Nella seconda Canta si affacciano storie risorgimentali consumate nel palcoscenico di Piazza Mercato Nuovo a Udine, passate alla storia come "La rivolta di Navarons" e poi "Cartoline da Lignano" e il bellissimo scorcio di Cividale, nella sua luce di storia romana e longobarda, dentro a confini che - di notte - inducono a visioni liutprandiane, cariche di simbologie di violenza e passione, patrimonio di una civiltà quasi irraggiungibile, dove "... un vento di mille anni ci passa sopra, cancellandoci".

webmaster Marco Giorgini