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" La
Tribuna", 11 dicembre 2002
Storie di piante e nobili dalla vita
agra
Le Cante del giardiniere
botanico di villa Manin
Amedeo Giacomini fa
parlare in versi un personaggio immaginario
di Mario Bernardi
Amedeo Giacomini ha insegnato
tutta la vita a leggere e scrivere: in latino, greco, italiano, ma soprattutto
nella sua lingua madre che è il friulano. Lo ha fatto talmente bene che
l'Università di Udine gli ha affidato la cattedra di filologia romanza e,
successivamente, quella di Letteratura Friulana. E lui, che tra l'altro è poeta
finissimo, ha messo in salvo una quantità enorme del patrimonio nascosto dentro
a pagine di libri dimenticati, che vanno - storia e cultura insieme - a
beneficio di generazioni e generazioni di giovani che diventeranno grandi e
saranno, a loro volta, maestri.
L'autore, che vive a Codroipo e
ha pubblicato le sue poesie nelle esili, famose pochettes delle Edizioni di
Vanni Scheiwiller, ma anche con Campanotto, Rebellato, San Marco dei Giustiniani
e Mobydick di Faenza, esce in questi giorni con una nuova prova narrativa: Il
Giardiniere di Villa Manin (Edizioni Santi Quaranta pp. 167 Euro 11) che
segue ai precedenti Manovre e Andar
per uccelli. Splendido affresco -
quest'ultimo - tra poesia e prosa, nel quale si cantano, in immagini delicate e
gentili, le qualità e le attitudini degli uccellatori nelle avventurose
performance fatte di trabocchetti, tramaglie, vischio e altre diavolerie in uso
da secoli, a scapito di deliziosi tordi, fringuelli, cardellini, allodole,
quaglie, passere e panegasse.
Tutti, stanziali o di passo,
nelle pianure delle risorgive di Varmo o nelle praterie che fanno contorno alla
grande villa che fu dimora della famiglia di Lodovico Manin, l'ultimo sfortunato
Doge della Serenissima.
Dei suoi eredi si parla -
infatti - in questo libro dedicato, nella sua prima Canta, al supposto diario di
un personaggio immaginario e magnifico, che fu l'ultimo giardiniere-botanico del
parco ultracentenario di cui si parla.
Amedeo Giacomini ha, oltre a
quella filologica, profonda cultura e rispetto della terra in cui vive. Tale da
consentirgli di descrivere e classificare le meravigliose essenze di un giardino
che voleva innanzitutto significare la grandezza e l'opulenza di una dinastia.
Tanto amata dal protagonista del libro, da farci percorrere, coi suoi pensieri,
le tappe avventurose, distruttive, laceranti e stupende di una dimensione
estetica che si affaccia, nel retro, sul grande arco delle prealpi spilimbergesi,
e sulla facciata, specchiandosi sull'esedra e gli estesi territori verdi
dell'ampia pianura che arriva fino al mare.
A villa Manin, dopo i soggiorni
dei veneziani, sono passati i francesi, gli austriaci, i tedeschi, le truppe
sud-africane, la resistenza, le liti familiari e tutto ciò che si portano
dietro le disgrazie delle guerre.
Il personaggio, lasciando la
"casa", della quale era stato fedelissimo ospite per tutta la vita,
ricorda i suoi esordi, le regole, la costruzione delle architetture arboree e le
persone della nobile famiglia, che sono passate consumando la loro vita (quasi
sempre agra), dentro alle stanze di quella dimora di eccellente bellezza. Lo fa
in un excursus che gli consente di farci conoscere la sua scienza, la cultura
che si porta appresso con le casse di libri che lo seguiranno a Varmo, estremo
retaggio del suo vivere.
Il giardiniere canta il Tasso e
l'Ariosto in un improvviso deliquo di felicità che lo appaga del lavoro
compiuto. E noi con lui, sentendoci vicini ai rumori del volo delle pojane e
delle cento specie di uccelli che, con altre bestie popolavano il prato e la
corte della villa.
Nella seconda Canta si
affacciano storie risorgimentali consumate nel palcoscenico di Piazza Mercato
Nuovo a Udine, passate alla storia come "La rivolta di Navarons" e poi
"Cartoline da Lignano" e il bellissimo scorcio di Cividale, nella sua
luce di storia romana e longobarda, dentro a confini che - di notte - inducono a
visioni liutprandiane, cariche di simbologie di violenza e passione, patrimonio
di una civiltà quasi irraggiungibile, dove "... un vento di mille anni ci
passa sopra, cancellandoci".
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