EDITRICE SANTI QUARANTA

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"L’Arena", Venerdì 20 marzo 1998

Quadro storico-sociale del Veneto

Storia di un delitto d’inizio secolo animata da "pietas"

Di Giulio Galetto

Una cronaca veneta di inizio secolo: a Treviso, nel marzo del 1903, la contessa Linda Onigo, ultima discendente (per adozione, però: un segreto che lei sente come una colpa) di un’antica famiglia che nel Trevigiano possiede vasti fondi, viene uccisa, nel giardino del suo palazzo, da Pietro Bianchet, un "pisnente" (cioè un "pigionante" alle dipendenze della "parona") poverissimo. Questo giovane contadino, che non ha di che sfamare la famiglia (la moglie ha partorito, il giorno prima, una bambina, la secondogenita), esasperato perché l’arcigna "parona" non gli ha permesso né di tornare a casa (a Trevignano, un borgo pochi chilometri fuori Treviso, quasi tutto di proprietà della Onigo) né di prendersi un po’ di grano, ha aggredito la contessa e con due colpi d’ascia le ha staccato la testa dal busto. Il pisnente si costituisce subito; verrà processato a Venezia, con l’esito di questa sentenza: otto anni di carcere. È una sentenza di compromesso: da un lato la taccagneria estrema della contessa, riconosciuta anche dai testimoni appartenenti al suo ceto, dall’altro la povertà esasperante dell’omicida e, forse, il buio mentale indotto in lui dalla preghiera.

Ora, alla fine del secolo, uno scrittore travisano, Gian Domenico Mazzocato, rivisita questa cronaca (servendosi di documenti rimasti, ma anche del ricordo orale passato di generazione in generazione) e costruisce un romanzo, Il delitto della contessa Onigo (dell’Editrice Santi Quaranta). È sostanzialmente un romanzo storico: "romanzo" per tutta quella parte di ri-creazione (manzonianamente si direbbe di "invenzione") delle anime dei personaggi (l’anima semplice dell’omicida, l’anima tormentata da ombre e conflitti della vittima); "storico" in quanto quel particolare fatto di cronaca viene sentito come emblematico in tutto un nodo di temi sociali, economici, di costume tali da assumere, appunto, un forte spessore storico. È la storia che oppose all’intransigente e miope conservatorismo dei grandi proprietari terrieri la pressione delle plebi a lungo rimaste in gravissime condizioni di arretratezza e miseria in quel nord-est contadino nel quale la pellagra, con i suoi terribili effetti sul corpo e sulla mente, era il segno più vistoso di una piaga sociale che non poteva restare a lungo irredenta.

Mazzocato vede nei fendenti d’ascia vibrati da Bianchet al collo della contessa Onigo quasi un evento simbolico: il simbolo dell’insostenibilità di una situazione, di un necessario punto di svolta. Il coro dei personaggi che si muove attorno al delitto e alla sua ricostruzione nelle sedute del processo è, nelle sue diverse componenti (i popolani, i nobili o i notabili borghesi e la gamma intermedia di amministratori, fattori e gastaldi), quasi tutto portato a valutare come condannabile il comportamento della contessa e, in qualche modo, comprensibile se non giustificabile la rabbia omicida del pisnente: appunto, anche dalla classe cui appartiene la Onigo o da chi le è meno distante si avverte l’inevitabilità di un cambiamento.

Questa valenza storica non esaurisce però, il senso del libro. Il quale afferma la sua dimensione più propriamente letteraria nella particolare scrittura pensata da Mazzocato e nelle possibilità espressive che in essa si attivano. Il racconto si sviluppa su due piani: da una parte ci sono le pagine più duramente narrative che seguono la vicenda del trasferimento di Pietro Bianchet da Treviso al carcere di Venezia, fino alla conclusione del processo; dall’altra parte, intercalata a questa cronaca, si immaginano le pagine di un diario tenuto da un cugino e amico della Onigo, il conte Francesco Avogadro, ufficiale di carriera, durante i giorni del processo veneziano. E la vitalità del "romanzo", ben al di là del quadro storico-sociale, sta proprio nel contrappunto fra la nuda cronaca degli eventi e gli squarci che i ricordi e le riflessioni del conte Avogadro aprono sul passato di Linda, sui condizionamenti che hanno fatto di lei una donna dal cuore di pietra nei suoi comportamenti sociali, ma, nelle pieghe segrete dell’anima, una creatura che sconta nella solitudine e nella dolorosa scissione della propria personalità il destino di essere proprio lei, donna non ricambiata nell’amore e segnata dalla sterilità del suo grembo, l’anello estremo, il punto tragicamente conclusivo di tutta una storia: la storia della sua famiglia e della sua classe.

Così, fra cronaca dei fatti e analisi interiore, le pagine di questo romanzo (che magari talvolta possono dare l’impressione di una certa frammentarietà) trovano invece un motivo di forte coesione nel sentimento di una pietas insieme esistenziale e storica che anima la voce narrante, sia essa, nella finzione, quella del cronista o quella del personaggio-testimone, il conte Avogadro. È la pietas che meritano – e non certo per un capriccioso paradosso – sia il carnefice, sia la vittima: perché entrambi, nella realtà più vera del loro vivere, sono stati vittime.

webmaster Marco Giorgini