di Giancarlo Granziero
Zenobia Teodolinda contessa Onigo (Linda per i famigliari) venne uccisa nel pomeriggio dell’11 marzo 1903 da un suo contadino, Pietro Bianchet, abitante a Trevignano, possedimento degli Onigo. L’uomo venne processato e – riconosciutagli la semi infermità mentale e la provocazione (dell’acqua negata durante una siccità) – venne condannato a poco più di sei anni di carcere. Quando uscì dal penitenziario di Venezia, di lui e della famiglia si persero le tracce. Degli Onigo, non rimase nessuno perché Linda era l’unica erede. Da questo fatto di cronaca Gian Domenico Mazzocato, trevigiano, latinista (recente l’uscita per la Newton Compton l’opera di Ovidio, da lui curata, in sei volumi) ha tratto un docu-romanzo "Il delitto della contessa Onigo" (Edizioni Santi Quaranta, Treviso, lire 20.000). romanzo documentario, insistiamo, perché la vicenda – a parte i particolari del processo – è conservata solo oralmente, con le distorsioni inevitabili procurate dal trascorrere dei decenni, soprattutto ipotizziamo in versioni contadine.
Questo primo romanzo di Mazzocato (in precedenza ha pubblicato liriche, ritratti di artisti e traduzioni dal latino) ha un tono idealmente cronistico. Ma non del semplice cronista di nera, come è accaduto per libri di altri colleghi (l’autore, oltre che insegnante di lingue classiche, è giornalista), anzi del più raffinato cronista di costume. Perché il delitto è il risultato di un conflitto: quello, assai sentito agli inizi del Novecento e fino alle prime lotte sociali organizzate, tra padroni e servi della gleba. Lei, Linda, contessa (ma col primo nome assolutamente plebeo, Zenobia, e si diceva fosse una bastarda) attaccata alla terra in maniera contadina; lui, originario del Bellunese, dal nome nobile, Pietro, e dal cognome plebeo, Bianchet (quella tronca quasi un destino). In tempi di ricchezza e di miseria, nobili e servi contrapposti, l’insofferenza degli uni verso altri era genetica prima che atavica. L’estremo gesto del contadino contro la "parona" non è che l’estremizzazione di questo conflitto, non ancora entrato nella mente dello strato più basso della popolazione ma latente, quasi covato in sordina.
L’autore ha affrontato la vicenda, di per sé semplice, percorrendo due strade: quella del processo e l’altra dei ricordi di un cugino della contessa, che segue le ultime fasi della storia. Senza dimenticare il protagonista, uomo spento, che alla richiesta del giudice "se avesse nulla da dichiarare" risponde deciso: "no". Perché un povero ignorante trova difficoltà a spiegare al magistrato i perché motivati dal folle gesto. Perché è un contadino, l’uccisa una nobile, la giustizia è unilaterale (lo si vedrà qualche anno dopo, sempre a Venezia, col caso Tarnowska).
Gian Domenico Mazzocato (duemila copie del romanzo vendute in dieci giorni) ha indovinato la chiave di scrittura. Molto attendo ai particolari della vita contadina, alle impressioni di Pietro Bianchet quando arriva a Venezia e poi i ricordi che affiorano quando è in carcere, alla descrizione di personaggi (per ovvi motivi creati con la fantasia) anche di contorno, e di stile scorrevole., tanto da far sembrare certi passi vere e proprie fotografie parlanti. Una capacità descrittiva molto originale, quella di questo "cronista epocale". Un viaggio nel tempo che pittura a tutto tondo personaggi anonimi, prima di essere presi in esame dall’acuta scrittura dell’autore. In definitiva, un libro "nuovo" che merita la lettura.