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" Corriere
del Veneto, Giovedì 17 novembre 2005
“Il ciclista del
Duce”
Le storie di Bernardi dalle
rive del Piave
di Cesare DE MICHELIS
La memoria conserva la storia
di uomini e donne scomparsi e con esse le tradizioni, i costumi e i valori che
intanto si sono dimessi e dispersi. Eppure il ricordo dura una generazione o
poco più, condannato a smarrirsi nel calderone di un indistinto passato nel
quale ben presto scolorano persone e paesaggi. I libri che raccontano le vicende
di una città e dei suoi abitanti sono perciò preziosi in quanto sottraggono
alla dimenticanza quel che sembrava perduto, né conta la sistematicità
dell’impresa e neppure il rigore di una ricostruzione completa, anzi la
passione del dilettante, il colore di un’affettuosa partecipazione, persino
l’enfasi di un po’ di umana retorica illuminano la narrazione rendendola a
tutti più cara.
Sia grata, dunque, la
cittadina di Oderzo a Mario Bernardi, che alle sue vicende novecentesche ha
dedicato Il ciclista del Duce (Santi Quaranta, pp 202, euro 11,00), dieci storie
delle terre del Piave. Nessuno è di per sé memorabile o straordinaria, anzi
son tutte piccine, minuscoli tasselli di uno scenario apparentemente uguale a
tanti altri, eppure messe insieme rendono testimonianza di una comunità
solidale e fedele, che assistette negli anni del secolo al suo drammatico
dissolversi, accelerato da due guerre mostruose e crudeli, senza illudersi di
poter opporre altra resistenza che quella della memoria.
Alla fin fine il vento del
progresso, tra tanti sconquassi, tra terribili lutti e qualche eroismo, portò
anche un ignoto benessere, una consolante ricchezza, ed è persino difficile
arrischiare un bilancio tra i danni e le sofferenze patite e i vantaggi goduti,
né avrebbe gran senso accanirsi sui conti quando ormai le cose sono andate e il
passato si allontana veloce. Nernardi che coi libri e tra i libri è sempre
vissuto, ormai raggiunta la serena e autorevole anzianità ha sottratto
all’oblio qualche storia più o meno vissuta e documentata e le racconta con
una scrittura piana, che non si inalbera di fronte alle contraddizioni della
storia, alle prepotenze dei violenti, ma con semplicità, in qualche caso
persino con candore, suggerisce pazienza e tolleranza, com’è possibile solo
guardandosi indietro attenti e spassionati.
I più antichi ricordi
risalgono al primo dopoguerra , quando Oderzo fu prima invase e poi riconsegnata
al suo Veneto definitivamente italiano, e poi al fascismo e alle astuzie che
consentirono, anche a chi non ne condivideva né metodi, né obiettivi, di
attraversarlo con divertita e sorniona indifferenza, fino alla progressiva
scomparsa di quella civiltà terragna che negli anni cinquanta dovette cedere il
passo e soccombere. Che nostalgia, però! Che voglia di quei sentimenti perduti,
di quelle solidarietà familiari, di quei colori luminosi. Persino Bernardi, che
pure amerebbe guardare avanti in attesa di un futuro migliore, questa volta si
commuove voltandosi indietro.
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