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Il ciclista del Duce
(Mario
Bernardi)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Tutte le storie raccontate
ne Il ciclista del Duce sono vere
perché appartengono alla vita vissuta: ora domestiche e toccanti (Filemone e
Bauci), ora briose (Un fotografo fin de siècle.
El trasmissier), ora splendidamente comiche (A pranzo con l’ambasciatore
di Galizia…). Talvolta drammatiche (Storia del partigiano ‘Lepre’ fucilato
due volte) perché ambientate nel clima della guerra civile tra fascisti e
partigiani.
Una profonda umanità laica
ed evangelica le attraversa apertamente fino al ritratto esemplare del maggiore
Gruber, ufficiale della Wermacht, che lascia ammirati e anche sbalorditi per
l’eccezionalità del caso: l’umanità di Mario Bernardi, la sua nobile
coscienza civile, travalicano gli schieramenti incontrando l’uomo e la
persona. Infatti Il ciclista del Duce si
rivela un libro di ritratti e di anime, incorniciate con naturalezza, cordialità
e una punta attraente di colore; però è anche ricognizione e memoria felice
della gente e delle tradizioni di vita delle Terre del Piave o, per meglio dire,
di quella “Repubblica dei Tre Fiumi” che comprende, oltre alla Piave, il
Monticano e la Livenza. Un ‘piccolo’ affresco di un’epoca e di un mondo,
poveri ma dignitosi, ormai scomparsi.
E al centro c’è Oderzo,
la capitale, cui Mario Bernardi accenna e rimanda di continuo, nominandola
esplicitamente solo qualche volta; con affettuosità e dolcezza, la esalta a
piccola ‘metropoli’ contadina. Perché Oderzo non è qui un monumento o un
museo quanto piuttosto una dimora, in cui abitano degli uomini vivi.
Prima pagina
I
Aveva diciott’anni non ancora compiuti, nel 1937, quando in Italia si
respirava un’aria di trionfo per le imprese etiopiche, appena concluse, e per
quelle spagnole del caudillo Francisco Franco che era appoggiato da Mussolini e
Hitler, i due dittatori destinati a scomparire nella catastrofe del secondo
conflitto mondiale.
La
piccola città aveva un suo presidio robusto di camicie nere di ogni età: un
palazzo intero, sede della segreteria del “Partito nazionale fascista” e un
altro, appena costruito, destinato alla “Gioventù italiana del Littorio”,
dove venivano inquadrati nel partito i ragazzi, fin dalla loro nascita, per
farli crescere all’ombra dell’organizzazione che, nel tempo, li avrebbe
fatti diventare “figli della lupa”, “balilla”, “avanguardisti”,
“giovani fascisti” e, se meritevoli e di provata fede, inquadrati nella
“Milizia volontaria per la sicurezza nazionale”-
Giovanni,
eretico per costituzione, inseguiva da sempre più la voglia di vivere che
quella di obbedire. La sua famiglia aveva robuste tradizioni socialiste e, più
volte, le squadre fasciste avevano messo in guardia il capostipite avvertendolo
che, se si fosse pronunciato ancora – in pubblico – contro il duce e il
partito, sarebbero passate alle vie di fatto senza ulteriori avvisi, mettendolo
in lista per il conflitto in qualche isola del regno, come avevano già fatto
con suo cognato Arrigo.
(…)
Rassegna Stampa
Le storie di Bernardi dalle
rive del Piave (Corriere del Veneto, 17 novembre 2005)
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