EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Gazzettino", Martedì 2 novembre 1999

Il romanzo di Giandomenico Mazzocato narra le vicende degli abitanti sbattuti via dalla terra nativa

Con "Il bosco veneziano" storie di miseria nel Montello

di Sarah Serena

"Il bosco veneziano" è l’ultimo libro di Giandomenico Mazzocato, edito da Santi Quaranta, in libreria da qualche giorno.

Come è nata l’idea di questo avvincente romanzo storico?

Il racconto sul Montello mi ha dormito dentro tantissimo tempo: leggendo, studiando, consultando documenti inediti, questa collina mi si è presentata come l’immagine dell’esilio, della patria perduta. Il libro non parla solo del Montello, racconta di altre patrie perdute: del Cadore sconvolto dall’apocalittica alluvione del 1882; della Sicilia in cui Bixio e Garibaldi fanno fucilare i contadini che reclamano la terra; il mato brasiliano del Rio Grande do Sul conquistato dai nostri coloni, i quali schiacciano gli indigeni per costruire le loro fattorie. La vita è un giro agro e bastardo di gente che viene sbattuta via dalla terra nativa e, in esilio, questa stessa gente per togliersi di dosso il proprio male lo provoca ad altri.

Titolo "Il bosco veneziano" può far pensare a una storia di teneri sentimenti.

Non è così, non è un racconto idilliaco, si tratta invece di una saga a tinte molto forti. Il Montello è il bosco che Venezia ha usato contro i suoi stessi abitanti, costringendoli alla miseria, alla fuga, alla migrazione in altri continenti.

Il libro narra le vicende di una famiglia di Giavera, colta nel succedersi di tre generazioni nel corso dell’800: è stato impegnativo trovare la documentazione per calarsi nel periodo storico descritto?

Ho letto le lettere degli emigranti. Sono poi riuscito a scovare un manoscritto che descrive le vicende di Giavera e che spero di pubblicare in futuro. Documenti ce ne sono molti , difficile è selezionarli e soprattutto scegliere il materiale da far ruotare attorno all’idea che si ha in mente. Il lavoro di "raccolta dati" è durato tre anni, anche perché è molto importante far decantare in se stessi la storia: il racconto ti deve crescere dentro.

La famiglia protagonista del libro si chiama Barro: è casuale la scelta di questo cognome?

Barro mi piace perché è una parola concreta, ruvida, sa di rigore morale, ma c’è anche un altro motivo che mi ha portato a volere questo nome: l’ho scelto ai funerali del mio grandissimo amico Ilario Barro, l’ex sindaco di Nervosa, uomo al quale io devo molto. L’enorme partecipazione della gente mi ha fatto capire che il nome giusto della mia famiglia era Barro.

È stato difficile immedesimarsi nei sentimenti e nelle emozioni dei personaggi, così diversi da noi per momento storico e per vissuto?

Il mondo trevigiano mi appartiene, non potrei immaginare, pensare, scrivere qualcosa lontano dalla geografia morale e fisica della mia terra. Io sono di origini contadine e molto spesso ritornano nell’immaginario gli odori, i profumi, le luci, il gioco di chiaroscuri, le case, le cucine di un tempo.

Quale vuole essere il messaggio morale trasmesso dal libro?

L’uomo, aggredito da una profonda insoddisfazione, vorrebbe scappare, senza rendersi conto che non si possono mettere a fuoco i propri desideri lontano dalla cultura che gli appartiene.

webmaster Marco Giorgini