EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Nostro Tempo" n. 6, Domenica 13 febbraio 2000

NARRATIVA. Il nuovo libro di Giandomenico Mazzocato

Sullo sfondo di una foresta di roveri la vita di una comunità di contadini

di Luca Desiato

Una comunità contadina, varie famiglie, diverse generazioni che si susseguono a partire dal primo Ottocento in quel di Treviso e, incombente su tutto, una grande foresta di roveri, esclusivo luogo di sfruttamento, a partire dal Cinquecento, dalla Repubblica di Venezia.

E questa è la storia, anzi le storie narrate in punta di penna da Giandomenico Mazzocato ne "Il bosco veneziano" recentemente edito da Santi Quaranta.

Dell’autore già avevamo apprezzato il precedente "Il delitto della contessa Onigo" che pescava nel malessere di un Veneto ancora diviso, nel secolo diciannovesimo, tra padroni prevaricatori e servi inquieti. Questa nuova opera mostra maggior spessore narrativo e storico.

Teofilo Barro, detto "Toni", dopo parecchi anni passati in Brasile dov’era emigrato in cerca di fortuna, torna nel natio Paese e con le sue capacità rabdomantiche cerca l’acqua nei campi e in tal modo si guadagna il pane. La famiglia dei Borsello raggiunge una precaria fortuna con l’allevamento dei bachi da seta. L’industrialotto Guerra viene da fuori a mettere una piccola fabbrica di tessuti, lavorando panni usati che una diceria insinuerà provenienti dai colerosi, di qui il tracollo, Clotilde la saggia contadina cercherà di salvare il faticoso marito Beniamino, il senza lavoro, dalla prigione per i ripetuti furtarelli, mentre il cugino Carlo, irredentista, sarà espulso dal seminario per l’opposizione del suo vescovo austriacante. Beniamino a un certo momento tenterà di impiantare con un amico una segheria clandestina, dove lavorare la legna presa furtivamente nel bosco del Montello, impresa destinata, come tante, al fallimento. Sua moglie Clotilde, donna forte, come Irma madre e vedova di Lattieri, morirà di tisi. Tra i personaggi spicca Sereno Rubatis, detto "Luna", vitalistico pittore di Madonne e quadri votivi, che esercita il suo mestiere affrescando chiese e cappelle dei paesi montani, anche lui sarà costretto a emigrare dopo una rovinosa alluvione, benché possedesse una ricchezza inestimabile, "sapeva infatti leggere e scrivere speditamente". Carestie, epidemie e alluvioni si moltiplicheranno con un ritmo biblico, così molti saranno costretti a cercare il loro Edoardo nelle Americhe, e dovranno lottare con una natura feroce.

Passano gli anni, i decenni, si susseguono le generazioni e continuano, con monotona ripetizione, i tentativi e gli sforzi di uscire dalla maledizione della miseria e del sottosviluppo, anche se, per una specie di atavico invischiamento: "Le storie e le vite non hanno mai una vera conclusione".

Visivamente incombe, sulla narrazione e sui destini dei personaggi, questo terribile bosco del Montello, emblema del potere e del privilegio, fata Morgana degli esclusi che, continuamente, ne varcheranno i confini in cerca di frutti, soprattutto di legna per costruire e per ardere, in questo braccati e incalzati prima dagli sgherri veneziani, poi dagli sbirri croati al tempo dell’impero austroungarico, indi dai gendarmi francesi al tempo dell’occupazione napoleonica e, infine, dopo il 1866, da quelli del regno d’Italia (la legna serviva per farne traversine ferroviarie), come a dire: cambiano gli stati e i governi ma non cambia il sopruso: un bosco dunque a dir poco maledetto. E sarà solo nel 1892 che un regio decreto lo restituirà bosco, insieme alle terre, ai montellani.

Il libro di Mazzocato è un piccolo romanzo corale che, partendo da un’analisi storica e sociologica dei fatti, e con lo schema di una parabola sulle prevaricazioni del potere e sulla pazienza delle popolazioni sottomesse, si apparenta a una specie di verghiano "ciclo dei vinti".

webmaster Marco Giorgini