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"Avvenire", Giovedì 30 dicembre 1999
La nostalgia della terra nella saga veneziana di Mazzolato
di Claudio Toscani
"L’aqua xé là. ‘A xé aqua bona". È la frase che collega inizio e fine del recente romanzo di Gian Domenico Mazzocato (Il bosco veneziano, Santi Quaranta editore, 20mila lire), docente veneto del ’46, poeta, giornalista e critico, già esordiente nel ’97 con il riuscitissimo Il delitto della contessa Onigo. Frase che salda anche fine ed inizio di libro, e non è ovvio giochetto di parole, perché l’opera è tessitura di momenti narrativi che da un’asse di cronologia lineare retrocede spesso a recuperare intervalli di trama. E il racconto è una retrospezione di eventi legati ad un parco boschivo del trevigiano tra il 1471 e l’unità d’Italia. Frase, anche, dimostrativa di una crespa corrente dialettale che percorre, con le sue simpatiche cadenze, tutto lo spartito romanzesco. La trama, dunque, è la storia-cronaca di tre generazioni di una famiglia (i Barro), alle prese col bosco proibito, una ricchissima riserva di roveri che dogi, governi, ispettori, istituzioni via via vietano agli abitanti per interessi di Stato o di parte. Solo quando il bosco sarà ridotto all’ombra di se stesso, sarà di tutti. Anche se, durante i quattro secoli della narrazione, inesausta è l’opera di "furto" da parte dei residenti, benché nessuno lo consideri tale. Ireno e Gemma, nonni, Bino e Clotilde, genitori, Toni, figlio. Vivono tutti nel bosco, finché Bino e Toni emigrano in Brasile, da cui Toni tornerà rabdomante e sposerà Rosa. In mezzo la vita, che tra vicissitudine nazionale e "diario" giornaliero cuce e scuce affetti e difetti, psicologie, gesti e atteggiamenti.
L’ufficialità, invece, è tratteggiata da leggi e divieti; dal verificarsi della piena del Piave; dalle traversate oceaniche; dall’esperienza del Rio Grande; da un parallelo tra miseria italica e miseria sudamericana, tra luoghi di mito e di provvidenza (se non fosse che l’uomo è cieco e sordo ai regali della creazione e da sempre s’adopera a invalidarne la grazia, la ricchezza, la finalità). Ma gustata la limpida treccia narrativa (compresa una suspense che si scioglierà nei modi propri a un giallista di rango qual è Mazzocato), questo Bosco veneziano conferma le sue capacità narrative: una accortezza strutturale, che va dal centro del racconto alle sue periferie, tenendo vivi sia l’intreccio portante che le notazioni complementari; la nostalgia della terra come valore-cardine della vita; la "liquidità" della scrittura, specie quando mima la tradizione orale di storie che son diventate leggende.
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