EDITRICE SANTI QUARANTA

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"La vita del popolo", 13 marzo 1994

SERGIO MARANO. Ha pubblicato un libro coraggioso "Il bosco di Rinaldo" dedicato ad un singolare episodio di "resistenza fascista. Le vicende accadute a 9 giovani in Sicilia 50 anni fa possono insegnarci molto: slanci ideali ed anche errori in buona fede ancora oggi si contrappongono all’opportunismo di chi sale sul carro del vincitore.

Io ragazzo in carcere

di Gian Domenico Mazzocato

Sergio Marano è un uomo austero e insieme sorridente, che vive con grande vigore i suoi settant’anni. Ha scritto un libro bello e strano. Misterioso anche, e sottilmente coinvolgente. La vicenda esistenziale di Sergio Marano è, a sua volta, strana e insieme normalissima. Dopo l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza vissute in Sicilia, l’approdo nel Veneto, a Castelfranco nei primi anni Cinquanta, sospinto da una laurea in Pedagogia che nella sua terra non gli dà nessuna prospettiva.

"Qualsiasi cosa andava bene, avevo anche il diploma di maestro e quando arrivai a Castelfranco mi ritrovai con un incarico a Trebaseleghe. Dopo un anno chiesi di avvicinarmi e scelsi, guardando la carta, Casoni. Non conoscevo quel posto naturalmente e, beh, scoprii che ero destinato ad una pluriclasse ricavata tra i muri di quella che era stata una stalla. Fu un anno tremendo e patii tanto freddo".

Sergio Marano racconta col sorriso sulle labbra, ancora coinvolto in quelle vicende (era appena sposato con Giuseppina, anche lei insegnante, la donna di tutta la sua vita) eppure col distacco sereno di chi sa che ogni vicenda esistenziale ha una sua storia, un suo equilibrio che prima o poi arriva e dà un senso sia alla quotidianità che a tutta la vita.

Poi l’incarico nella scuola media e quindi l’insegnamento alle superiori a cominciare dal trevigiano istituto Riccati, per passare poi al "Duca degli Abruzzi", istituto magistrale cittadino dove ha trasmesso la sua passione per la letteratura a tanti e tanti studenti. Sergio Marano non raccontava vita e opere dei grandi autori del passato ma li "riportava in vita" rendendone palpabili sentimenti, ideali, pensieri…".

E, negli anni, crebbe l’amore per la cultura e lo scrivere robusto e terso, coltivati con delicatezza ma anche in modo irrevocabile. Il segno di una vocazione, un libro di racconti (Pietrarsa) e poi questo romanzo, struggente e intrigante, che con felice intuito Ferruccio Mazzariol ha ospitato nella collana di narrativa della sua editrice, la Santi Quaranta. Il titolo evoca, mette subito in sintonia: Il bosco di Rinaldo. Chi legge, si rende conto che il bosco di Rinaldo non circoscrive un ambito fisico, ma è un luogo dell’anima e della memoria.

E allora come nasce questo titolo?

È vero, il bosco di Rinaldo non è un luogo fisico. Non solo questo, almeno. Il titolo si è generato spontaneamente dal corpo stesso del romanzo. Il bosco è il luogo dell’anima in cui ci si smarrisce, ci si rimescola, si deve ritrovare la strada. In un momento in cui, scrivendo, sono riandato al mio passato, alla mia giovinezza, ho voluto dire della vita come viluppo, come intrico. Soprattutto questo romanzo sta a significare un ritorno all’amicizia che ha segnato gli eventi della mia giovinezza. Avessi dovuto scegliere un altro titolo lo avrei chiamato il libro dell’amicizia, perché a farmelo scrivere è stato soprattutto il desiderio di sottrarre all’oblio la figura del mio grande amico Antonio. Per me un esempio, un modello, Antonio se l’è portato via la tisi, a 31 anni.

Questo libro contiene un mistero, che lei non svela mai del tutto, nemmeno nel finale: un episodio di resistenza fascista, si legge nel risguardo (il retrocopertina). Voi eravate un gruppo. Foste presi dagli Alleati, faceste carcere, uno di voi (nel romanzo si chiama Cu) fu perfino condannato a morte. Ma cosa avevate fatto davvero?

Praticamente nulla. Avevamo diffuso a Trapani dei manifestini, ciclostilati in gran segreto, contro lo sbarco degli Alleati. Quanto a Cu, lui mise in atto un sabotaggio vero e proprio tagliando delle linee telefoniche. Ma a dire il vero non è molto importante sapere questo, perché il libro vuole raccontare di questa esperienza del carcere, di come essa ci ha maturato, di come ha cementato la nostra amicizia e, in qualche modo, deciso della nostra vita. Tra l’altro non abbiamo neanche mai saputo come siamo finiti in carcere, forse qualcuno di noi che aveva speso un aparola di troppo.

Mi racconti del suo essere fascista di allora.

Ecco, anche questo è uno dei nodi del libro. Noi eravamo fascisti perché inconsapevoli. I nostri insegnanti ci educavano al fascismo e per noi questa parola significava italianità, patria. Così, quando sbarcarono gli Alleati, noi sentivamo che la nostra patria veniva violata e profanata. Bisogna tenere conto che esisteva anche una forte tendenza separatista, che voleva allontanare la Sicilia dall’Italia. Noi pensavamo che tutto questo andasse contro la grande eredità risorgimentale e unitaria di cui in qualche modo ci sentivamo depositari.

Lei (lo si intuisce nel libro) rimprovera al sistema educativo di non aver rivelato cosa fosse davvero il fascismo. E rimprovera nel contempo anche i voltagabbana dell’ultima ora.

Certo. Noi siamo passati attraverso quell’8 settembre del ’43 che ci ha spaccato le coscienze. Quell’armistizio servì agli Alleati per dire che ci sono molti modi di perdere una guerra ma che l’Italia aveva scelto il più disonorevole. Ripeto, noii vivevamo nell’inconsapevolezza di cosa il fascismo davvero fosse. Qualcuno, altrove, ebbe altri insegnanti e potè fare scelte diverse. Noi ci scontrammo con la realtà e anche con l’angoscia di un paese lacerato e non ci poteva certo essere di riferimento che, come troppo spesso succede in questo paese, saltò subito sul carro del vincitore.

E allora parliamo di questa esperienza del carcere.

Beh, come può immaginare, fu un’esperienza traumatica. Fummo mescolati a delinquenti comuni,a ladri e assassini; subivamo trasferimenti con le manette ai polsi e ogni momento della nostra giornata aveva in sé qualcosa di ripugnante. Quando poi fummo trasferiti al carcere palermitano dell’Ucciardone, fu come precipitare in una sorta di inferno. Nel libro faccio solo qualche cenno, ma in realtà quello è un luogo d’orrore assoluto. Poi, come in ogni situazione, si tende a trovare un qualche equilibrio e, per esempio, io imparai ad accostarmi agli altri detenuti dalla parte del loro versante migliore. Anche nel peggior delinquente c’è una dimensione di umanità. Col passare dei giorni l’esperienza del carcere divenne perfino esaltante. Trovavamo che dava un senso e una pienezza alla nostra amicizia e, al contempo, maturavamo la consapevolezza che gli eventi che vivevamo avevano una loro eccezionalità.

Vuole dire che quella situazione vi ha maturato?

Proprio così. Vivevamo una quotidianità, un "giorno dopo giorno" che ci maturava. Con l’innocenza della nostra giovinezza, ognuno faceva crescere la spiritualità dell’altro, ognuno comunicava la sua storia e la sua cultura. E così il carcere non era più carcere ma una sorta di cenacolo.

Lei ad un certo punto cita una frase di Henri Frèdèric Amiel: "L’ideale, in tutte le sue forme, è l’anticipazione o la visione profetica di un’esistenza superiore alla quale continuamente ogni essere aspira". È una possibile chiave di lettura del suo libro?

Credo di sì. Il bosco di Rinaldo racconta la maturazione di un gruppo di giovani, il loro passaggio dall’inconsapevolezza alla coscienza della loro condizione. Oggi vedo troppi che sono schiavi delle ideologie e non hanno invece nessun valore ideale. Antonio nel romanzo parla della fraternità che ci legava come di una realtà ideale. Afferma che risalire dalla politica all’etica alla metafisica è un privilegio socratico che altri dovranno invidiarci. Io affido a questo risalire dalla politica all’etica, cioè all’approdo ad una forma di conoscenza e consapevolezza più ampie e significative a partire dall’esperienza quotidiana, il finale stesso del mio libro. Forse anche la sua sintesi più vera.

Mi dia una conclusione per questo colloquio. Lei è nato a Mantova, ha studiato e si è formato in Sicilia, ha consumato tutta la sua esperienza professionale nel Veneto. A quale realtà si sente più legato?

Io amo pensare che in me tanti sangui diversi si siano mescolati in modo equilibrato. Quando mi penso italiano, italiano e basta, solo allora mi sento in pace con me stesso.

webmaster Marco Giorgini