Ediz. Santi Quaranta
di Salvatore Arcidiacono
Nel corso di una intervista, Gina Lagorio, apprezzata narratrice e autorevole critico letterario di testate prestigiose, ha affermato due anni or sono che il romanzo ha ragione solo se tende alla verità e che per narrare è necessaria l’esperienza di vita. A tali requisiti risponde il romanzo di Sergio Marano Il bosco di Rinaldo che attinge a una esperienza di vita, a un fatto storico che risale al 1943 e del quale l’autore è stato protagonista e in un certo senso vittima. Marano di origini siculo-mantovane docente di lettere a Treviso ed autore di un volume di racconti di gran successo, ha vissuto in maniera traumatica a Trapani la triste e poco edificante esperienza dell’armistizio italiano del settembre 1943.
Il bosco di Rinaldo è appunto lo scrigno di ricordi di quell’evento. Un gruppo di nove giovani – tra i quali l’autore e una donna, Maria D. – che avevano creduto, nella loro ingenuità, al fascismo identificandolo con la patria, non accettano l’8 settembre, provano vergogna e cocente delusione, testimoniano per una patria caduta nel baratro, proclamano ancora fedeltà al regime caduto, creano una sorta di cellula e stilano "lo statuto per la difesa dell’italianità della Sicilia contro i separatisti".
Ciò, mentre coloro che al regime avevano osannato cambiano repentinamente casacca proclamandosi addirittura vittime del fascismo e paladini di libertà.
I nove giovani, tutti idealisti tra cui si staglia la figura di Tonio, filosofo che ha una visione cosmica della vita e si colloca in una dimensione socratica atemporale, vengono scoperti, rinchiusi prima in un campo di concentramento, poi tradotti nel carcere dell’Ucciardone a Palermo per finire processati da una corte militare alleata che ne proscioglie due condannando a pene varie gli altri e uno, Bramante, alla pena di morte (poi commutata in 20 anni di reclusione a seguito domanda di grazia inoltrata dal cappellano militare del carcere).
Le varie fasi che vanno dalla scoperta alla detenzione e successivamente al processo e alla condanna, vengono rivissute da Marano in pagine calamitanti, concentrate, vibranti nelle quali peraltro egli traccia dei commossi profili dei suoi soldati e con stile asciutto ed essenziale sottolinea il contrasto stridente, quasi paradossale tra l’opportunismo degli adulti (che avevano donato il fascismo "come vestito confezionato") e l’idealismo ingenuo, la generosa fratellanza, la solidarietà disinteressata dei giovani.
L’esperienza vissuta fa sì che nei nove giovani il romanticismo dell’adolescenza si trasformi in autoanalisi, in profonda introspezione umana e segna il brusco passaggio da un’età a un’altra, quasi da un’era ad un’altra perché il vissuto se da un lato è causa di sofferenze, privazioni, umiliazioni, dall’altro conduce alla riflessione e al maturare di una coscienza autentica diametralmente opposta a quella falsa fino ad allora tenuta.
Ed è singolare che tali giovani riscoprano in carcere Tertulliano ("Quando possiedi l’anima, tu possiedi te stesso, possiedi Dio") e intendano che "non si può cantare se dentro è il buio e che il lutto del mondo ha perduto il baricentro nella foresta intricata della galassia".
È nelle pagine che trattano del carcere e del processo che si manifesta maggiormente il talento narrativo di Marano che peraltro disegna mirabilmente la figura nobile e dignitosa del cappellano militare del carcere e quella intrisa di grande carica umana di un capitano che sostiene che quei giovani abbiano bisogno non di punizione ma di educazione perché intendano la reale portata di parole come democrazia, libertà, eguaglianza per loro ancora avvolte nella fumea.
Il bosco di Rinaldo, misto di memorie, imprevisti, e incantesimi,, si chiude – a liberazione avvenuta – nel commosso ricordo di Tonio, nel frattempo morto, e di cui viene riportato un acuto pensiero: L’amore è anima e corpo, è veramente amore quando soddisfatto il corpo tu cerchi l’anima e le parli". Marano, dopo anni, confessa che ha nostalgia di Sicilia e Palermo nel cuore ed ammette che parte della sua anima è rimasta impigliata nel bosco, ma non ripiega su se stesso, non si chiude solipsisticamente ma conclude il libro con una frase che apre alla speranza: "Ancora qualche ora e sarà l’alba. Poi s’alzerà il sole e dissolverà la nebbia".
Libro assai schietto che si avvale di una scrittura callida che bandisce l’enfasi e l’albagia e che ha saputo porre accanto all’utopia dei paladini di Sicilia, il senso autentico delle cose e degli uomini.