| |
|
|
Torna
alla Homepage |
|
|
Il bosco di Rinaldo
(Sergio Marano)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Dopo l’otto settembre 1943, nella città di Trapani accade un fatto davvero singolare: nove giovani (tra cui una ragazza, Maria), che hanno creduto alle parole del fascismo, creano una sorta di "cellula" che, oltre alla dichiarazione di fedeltà al fascismo, contempla "lo statuto per la difesa dell’italianità della Sicilia contro i separatisti". Tra loro si distingue Tonio, singolare figura del "filosofo". Scoperti, vengono rinchiusi in un campo di concentramento, poi incarcerati a Palermo e processati da una corte militare anglo-americana. Bramante, uno dei nove, è condannato a morte, due sono prosciolti, gli altri condannati a diversi anni di carcere, e tra questi Sergio Marano.
I nove in realtà sono i "paladini" di una Sicilia antica, e finiscono per collocarsi oltre il fascismo, in una dimensione "socratica di superamento", ma sono i soli, come "straccetti imbecilli", a pagare per tutti gli altri che sono stati fascisti nell’ora dei "trionfi". Emergono così, accanto all’opportunismo degli adulti, l’ingenuo idealismo e la generosa, toccante fraternità dei nove giovani siciliani.
Il bosco di Rinaldo, bosco di "ricordi e incantamenti", scrigno profondo e sensibile della memoria, ha diversi registri. La lingua si dispiega come certe vele spinte da una brezza robusta che viene dal mare. Questo "romanzo" è insieme profondamente metafisico, ma anche vivo, vitale, "quotidiano". Avvincente. Sergio Marano ha saputo mettere, accanto all’utopia dei "paladini" di Sicilia, il senso "padano" delle cose e degli uomini.
Prima pagina
I
NEBBIA
C’è nebbia quest’oggi nella pianura.
Si sta bene sotto un tetto, al caldo. C’è nebbia anche negli occhi, nelle ossa. L’osso della rotula mi duole. Sono reumatismi, dicono. Ho voglia di frizionarlo; il dolore è sempre lì, ostinato. Come i miei ricordi.
Ho l’età dei reumatismi. Il reuma che cammini, che si sposti, che saltelli ora qui ora là non fa paura, dicono. Quello che prende fissa dimora, quello sì fa paura. Il mio non è un vagabondo, ha nidificato nella mia rotula e ci sta beato. La macchina del mio corpo accusa i primi inceppamenti, la prima ruggine. E non c’è olio che valga. La ruggine s’infiltrerà, corroderà inesorabilmente, fino a quando le articolazioni scricchioleranno, se fermeranno. E allora sarà il principio della fine.
C’è nebbia quest’oggi.
Voglio chiudere i miei occhi ora, riaprirli dentro di me, in quel possedimento misterioso che assomiglia al bosco di Rinaldo. Dove incantesimi sorgono e si disfanno e l’una cosa si tramuta in un’altra. È la nebbia interiore. Credevo v’abitasse la verità. Qui tempo e spazio si sono addensati, e non riesco più a conteggiare l’uno, a collocare l’altro. Ho l’età dei reumatismi. Che differenza fa ormai?
Voglio stropicciarmi gli occhi, cacciare le goccioline che fanno velo e guardare, tentare di vedere. Vedere i fantasmi del passato, dar corpo alle ombre che sono state e che ondeggiano, si disfano, si rifanno come larve che pure sono state, che pure sono e che pure hanno agito in un tempo e in uno spazio determinati.
(…)
Rassegna Stampa
L’armistizio dell’anima ("Gazzetta del Sud", Martedì 28 dicembre 1993)
Io ragazzo in carcere ("La vita del popolo", 13 marzo 1994)
Ritorna alla lista dei libri - Ritorna alla Homepage
|
|
|
|
|
|
|
|