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Gli ospiti notturni
(Gian Domenico Mazzocato)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Gli ospiti notturni è un’opera narrativa, ispirata dai racconti orali di "zio Fabio, nella caneva, tra i profumi del raboso", dove Mazzocato conferma la sua scrittura terragna e ammaliante, che attraversa in profondità il mondo contadino trevigiano e veneto, con il Montello, il Piave e il Sile in rilievo, fino a disegnare una pregnante epoca degli umili. Spiccano poi, per scandaglio psicologico e per forza creativa, i personaggi femminili della "Teta" e della "Antonia".
La sua lingua, tumultuosa e intrigante, colma dei succhi e della suggestione dell’oralità, dirompe all’interno dell’italiano nazionale con i modi della sintassi e del lessico veneti, dando sangue e creatività al testo. Ne esce un ritratto d’insieme di notevole fascino, e di una forte valenza anche sociale, con ritmi immaginosi e perfino "cinematografici".
Nell’episodio de "Gli ospiti notturni", lo scrittore trevigiano percorre e sfrutta nelle sue potenzialità un registro stilistico nuovo, accennato appena nel Bosco veneziano, in cui l’immaginosità ancestrale lievita e tende a una cadenza amabilmente visionaria e notturna, talvolta anche onirica.
Mazzocato ha riunito i suoi "ospiti", sia quelli puramente terrestri che quelli fantastici o metafisici, in un rarefatto convito notturno; ma essi non amano rimanere nelle tenebre, piuttosto sembrano in attesa della luce dolce e sontuosa dell’aurora.
Prima pagina
LA MERICA
Quando nacque, il bastardo gridò piano.
Anche sua madre, la Antonia, si era tenuto dentro l’urlo delle doglie fino all’ultimo. Poi sua sorella l’aveva aiutata a partorire. Nella casa rossa, in cucina, in fondo al troso che nasceva dalla strada principale e faceva un’ansa grande. Come un fiume attorno ad un macigno erratico, capitato sul greto per caso.
Il troso girava intorno al capitello della Madonna, ma nel suo affacciarsi quasi casuale sulla strada aveva qualcosa di misterioso e desolato. Sembrava un ramo secco, fragile e prossimo a cadere.
Davanti all’immagine sbiadita della Madonna, la Antonia si era raccomandata al padreterno e a tutti i santi che conosceva, durante i mesi di quella gravidanza bastarda. I paesani avevano cominciato a guardarla male anche quando a lei sembrava che la pancia non si vedesse ancora. La Madonna, incastonata a forza in un vecchio tronco scavato, era il suo dio personale, un dio sincero e senza mediazioni, l’unico dio con cui fosse possibile mettersi a parlare, a chiedere.
E del bastardo che cresceva dentro, lei aveva poca colpa perché Paolo, il più piccolo tra i figli dei suoi vicini, i Casagrande, se l’era presa a forza, mentre era un po’ ubriaca, dopo una magra festa di trebbiatura in quel giugno del Ventisei.
* * *
Erano feste tristi. E non solo perché i campi, poco lavorati e male, davano sempre meno frutti, ma anche perché, sull’aia dei Casagrande o dei Barro o degli Zanatta si potevano contare quelli che mancavano.
(...)
Rassegna Stampa
Storie da leggere accanto al focolare ("Il Gazzettino", mercoledì 21 novembre 2001)
"Ospiti notturni" un po’ misteriosi (Il Gazzettino, Martedì 23 ottobre 2001)
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