Una
laurea in economia
mai veramente
agognata,
conseguita
più per rispondere
alle aspettative dei genitori che per soddisfare
una propria esigenza inferiore, un lavoro in
banca ancor meno desiderato, percepito quasi come
uria prigione da cui evadere, in
quanto ritenuto utile esclusivamente
ai lini della vita materiale e decisamente
ostile a ogni forma di attività intellettuale e spirituale. È così che
una laurea e un impiego che per tanti rappresenterebbero
le chiavi del paradiso in terra
possono diventare le paradossali sorgenti
di una "infelicità"
che
è fondamentalmente ansia
di volare alto e lontano,
se a viverla è un "sognatore"
come Franz Cometa,
il protagonista de «Gli orecchini verdi di
Anna Daniela» (Santi Quaranta,
11 euro), il racconto che segna il
debutto narrativo del quaranta-treenne
scrittore friulano Claudio Segat. Una
storia lieve e discreta, che sembra scritta in punta di penna in un
linguaggio piano e comunicativo che facilita
la lettura rendendola singolarmente
scorrevole, ma che rimane un linguaggio
colto e meditato, ricco di riferimenti
let-terari e illustri presenze (da
Borges a Machado e da Heine a Simone
Weil), attento
alla cura dell'esposizione
e alla generale discorsività
della narrazione,
costruita più sulla sequenzialità
delle immagini che
sull'accumulo a volte ingombrante
delle parole. La
trama è quanto di più esile e scarno sia
possibile immaginare: in una Pordenone
mai nominata e tuttavia riconoscibile in ogni angolo del suo paesaggio, Franz decide di
cambiare lavoro e tramutarsi in un
"lettore ambulante", dopo
essersi imbattuto nell'annuncio
pubblicato da Maria Luisa Cantico, ex docente universitaria di spagnolo afflitta da una patologia oftalmica che le impedisce
di proseguire la sua occupazione prediletta
di divoratrice di libri. Dopo essere stato per
un certo tempo il "lettore
personale" dell'anziana donna,
che tra l'altro è madre di Anna Daniela,
una giovane che vi-ve
facendo la spola tra Kyoto e Parigi, Franz
viene a trovarsi coinvolto in un
fitto scambio epistolare con la ragazza nato quasi per gioco, ma che alla
fine gli farà scoprire di amarla e di
esserne ricambiato.
A
questa prima sorpresa
il protagonista dovrà presto aggiungerne una seconda: l'esperienza fatta in casa della Cantico gli ha
instillato una tale passione per quello strano
lavoro da non poter più liberarsene,
e comincerà allora a girovagare per pubbliche
piazze e abitazioni private con una
cartella di libri da leggere a voce
alta, in cerca di un auditorio il più
possibile accondiscendente, anche se
assai di rado pagante. Un'esaltazione della bibliofilia,
senza dubbio, che è però funzionale a una diversa visione del mondo,
a un nuovo modo di accostarsi alle persone
e agli oggetti
che compongono
il mistero
dell'armonia
universale,
alla ricerca della
bellezza e della verità
che sono intrinseche alle
piccole cose, anche se questa difficile arte
non sarà mai consigliata dai trattati di economia o
dai manuali di gestione aziendale. E'
evidente infatti, in ogni piega del
racconto, un sentimento di nostalgia non tanto per un mondo rurale ormai
in larga misura svanito per sempre, quanto per i cadenzati
ritmi di vita e le tipiche scansioni crono-logiche che di quel mondo
costituivano forse l'essenza più
reale e profonda. Dirà a Franz Maria Luisa
Cantico, a proposito di un film iraniano che ha seguito al cinema: «È
un film lentissimo, noi non siamo
quasi più ca-paci
di seguire una simile lentezza, diventa quasi automatico
spazientirsi, irritarsi, come quando i genitori
si spazientiscono e si irritano perché
i loro bambini non sono veloci a
capire, a fare i compiti». Ed è
proprio questa "lentezza"
generale del vivere, questo continuo
tentativo di riannodare i fili con un
passato non del tutto in via di
smobilitazione, questo voltare le spalle alla
modernità e alla sua versione
ipertecnologica (tra gli oggetti che
figurano nel romanzo solo il treno
è "contemporaneo": per il
resto non c'è spazio che per libri, violini e fisarmoniche,
teatri, orecchini e alberi secolari,
oltre alle lettere che si sostituiscono
alle telefonate), che
fa emergere il significato centrale dell'intero racconto.
Un
racconto d'altri tempi,
si dirà, come d'altri tempi è la storia
d'amore racchiusa in un carteggio, l'interesse per i bagliori prodotti
dai raggi solari sulle cortecce dei pioppi,
la venerazione che a qualcuno sembrerà
addirittura maniacale per la letteratura
e i suoi testimoni più immediati e
qualificati: i libri. Ma un bel racconto,
che mette in luce le qualità del suo
narratore esordiente e l'oculatezza di
un editore non nuovo a
"scommesse" del genere,
come già indicano le precedenti
pubblicazioni di Amedeo Giacomini, Gian
Domenico Mazzocato e Sergio Marano.