EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Nostro tempo", 18 gennaio 2004

ROMANZO. Esordio narrativo del friulano Claudio segat

Infelicità di un bancario che vuole volare lontano

 

di Salvatore Couchoud

 

Una laurea in economia mai veramente agognata, conseguita più per rispondere alle aspettative dei genitori che per soddisfare una propria esigenza inferiore, un lavoro in banca ancor meno desiderato, percepito quasi come uria prigione da cui evadere, in quanto ritenuto utile esclusivamente ai lini della vita materiale e decisamente ostile a ogni forma di attività intellettuale e spirituale. È così che una laurea e un impiego che per tanti rappresenterebbero le chiavi del paradiso in terra possono diventare le paradossali sorgenti di una "infelicità" che è fondamentalmente ansia di volare alto e lontano, se a viverla è un "sognatore" come Franz Cometa, il protagonista de «Gli orecchini verdi di Anna Daniela» (Santi Quaranta, 11 euro), il racconto che segna il debutto narrativo del quaranta-treenne scrittore friulano Claudio Segat. Una storia lieve e discreta, che sembra scritta in punta di penna in un linguaggio piano e comunicativo che facilita la lettura rendendola singolarmente scorrevole, ma che rimane un linguaggio colto e meditato, ricco di riferimenti let-terari e illustri presenze (da Borges a Machado e da Heine a Simone Weil), attento alla cura dell'esposizione e alla generale discorsività della narrazione, costruita più sulla sequenzialità delle immagini che sull'accumulo a volte ingombrante delle parole. La trama è quanto di più esile e scarno sia pos­sibile immaginare: in una Pordenone mai nomina­ta e tuttavia riconoscibile in ogni angolo del suo paesaggio, Franz decide di cambiare lavoro e tramutarsi in un "lettore ambulante", dopo essersi imbattuto nell'annuncio pubblicato da Maria Luisa Cantico, ex docente universitaria di spagnolo afflitta da una patologia oftalmica che le impedisce di proseguire la sua occupazione prediletta di divoratrice di libri. Dopo essere stato per un certo tempo il "lettore personale" dell'anziana donna, che tra l'altro è madre di Anna Daniela, una giovane che vi-ve facendo la spola tra Kyoto e Parigi, Franz viene a trovarsi coinvolto in un fitto scambio epistolare con la ragazza nato quasi per gioco, ma che alla fine gli farà scoprire di amarla e di esserne ricambiato.

A questa prima sorpresa il protagonista dovrà presto aggiungerne una seconda: l'esperienza fatta in casa della Cantico gli ha instillato una tale passione per quello strano lavoro da non poter più liberarsene, e comincerà allora a girovagare per pubbliche piazze e abitazioni private con una cartella di libri da leggere a voce alta, in cerca di un auditorio il più possibile accondiscendente, anche se assai di rado pagante. Un'esaltazione della bibliofilia, senza dubbio, che è però funzionale a una diversa visione del mondo, a un nuovo modo di accostarsi alle persone e agli oggetti che compongono il mistero dell'armonia universale, alla ricerca della bellezza e della verità che sono intrinseche alle piccole cose, anche se questa difficile arte non sarà mai consigliata dai trattati di economia o dai manuali di gestione aziendale. E' evidente infatti, in ogni piega del racconto, un sentimento di nostalgia non tanto per un mondo rurale ormai in larga misura svanito per sempre, quanto per i cadenzati ritmi di vita e le tipiche scansioni crono-logiche che di quel mondo costituivano forse l'essenza più reale e profonda. Dirà a Franz Maria Luisa Cantico, a proposito di un film iraniano che ha seguito al cinema: «È un film lentissimo, noi non siamo quasi più ca-paci di seguire una simile lentezza, diventa quasi automatico spazientirsi, irritarsi, come quando i genitori si spazientiscono e si irritano perché i loro bambini non sono veloci a capire, a fare i compiti». Ed è proprio questa "lentezza" generale del vivere, questo continuo tentativo di riannodare i fili con un passato non del tutto in via di smobilitazione, questo voltare le spalle alla modernità e alla sua versione ipertecnologica (tra gli oggetti che figurano nel romanzo solo il treno è "contemporaneo": per il resto non c'è spazio che per libri, violini e fisarmoniche, teatri, orecchini e alberi secolari, oltre alle lettere che si sostituiscono alle telefonate), che fa emergere il significato centrale dell'intero racconto.

Un racconto d'altri tempi, si dirà, come d'altri tempi è la storia d'amore racchiusa in un carteggio, l'interesse per i bagliori prodotti dai raggi solari sulle cortecce dei pioppi, la venerazione che a qualcuno sembrerà addirittura maniacale per la letteratura e i suoi testimoni più immediati e qualificati: i libri. Ma un bel racconto, che mette in luce le qualità del suo narratore esordiente e l'oculatezza di un editore non nuovo a "scommesse" del genere, come già indicano le precedenti pubblicazioni di Amedeo Giacomini, Gian Domenico Mazzocato e Sergio Marano.

webmaster Marco Giorgini