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" Il
Piccolo", 27 giugno 2003
Santi Quaranta pubblica
il primo romanzo dell'autore che vive a Pordenone: "Gli orecchini verdi di
Anna Daniela"
Claudio Segat, un debuttante
che piacerebbe a Rohmer
Spiega: "Questo libro
esisteva già otto anni fa. Poi, nel 2002, l'ho riscritto più volte"
di
Alessandro Mezzena Lona
Sarà perché ha passato una
parte dell'infanzia a girovagare per la Svizzera. Sarà perché i suoi scrittori
preferiti sono Ingeborg Bachman, Robert Walser, Peter Handke. Certo è che
Claudio Segat, nel'immenso orizzonte della narrativa italiana d'oggi,
sembra un autore arrivato dall'altrove. Da un angolo letterario a parte.
Basta leggere il suo romanzo di
debutto Gli orecchini verdi di Anna Daniela (pagg. 158, euro 11),
pubblicato dalla casa editrice Santi Quaranta di Treviso. Già nella scelta dei
cognomi dei personaggi, Segat, nato in svizzera da genitori veneti, che da
alcuni anni insegna e vive a Pordenone, sceglie di muoversi con passo sicuro tra
il sogno e la realtà. Tra la poesia e la quotidianità.
Cantico si chiama l'ispanista
Maria Luisa che, mentre i suoi occhi si spengono lentamente e inesorabilmente,
si fa affiancare da un giovane, appassionato lettore: Franz, che di cognome fa
Cometa. Sarà lui a donarle ancora l'emozione dei versi di Antonio Machado, di
altre pagine immortali. E quando Anna Daniela, la figlia della donna, verrà a
trovarla in una Pordenone a lunga evocata, ma mai esplicitamente nominata, non
potrà non innamorarsi di quell'uomo che sa regalare agli altri l'incanto della
letteratura come fosse un salvacondotto per la Terra promessa.
La luce che si spegne negli
occhi di Maria Luisa, in seguito, e la cecità della piccola amica Christine
aiutano Franz, e il lettore con lui, a sintonizzarsi con quello che Rainer Maria
Rilke chiamava "l'intime accadere". Ed è nella forza del non detto,
nella delicatezza e nella visionarietà di una scrittura scarna eppure
intensissima che sta la forza del libro di debutto di Segat. Una storia che
farebbe felice l'Eric Rohmer del "Raggio verde".
"Questo è il mio primo
libro, ma in realtà io ho iniziato a scrivere tredici anni fa - dice Claudio
Segat -. E la cosa curiosa è che "Gli orecchini verdi" ha preso forma
addirittura otto anni fa. Anche se, nella prima versione, era diversissimo. In
pratica, c'erano soltanto due dei personaggi principali, ovvero Franz Cometa e
Maria Luisa Cantico".
Non c'era ancora la figlia
Anna Daniela?
"No, è arrivata in
seguito. E il personaggio ha preso forma da una lettera, quella che Anna Daniela
manda a Franz da Amsterdam. Ecco, la lontananza tra loro è, poi, la scintilla
che accende il desiderio. E che rimane fino alla fine più spirituale che
corporeo. Esprimendo con forza l'interiorità dei due personaggi".
Perché il romanzo è
cambiato?
"Come sempre con i miei
manoscritti, ho mandato anche questo agli editori. Perché lo leggessero. Ma è
tornato indietro con la solita formula accompagnatoria: non rientra nei nostri
programmi. All'inizio del 2002 mi sono presentato a Treviso da Santi Quaranta.
All'inizio li ho spaventati un po' perché avevo con me tre manoscritti".
Uno ha fatto centro?
"Dopo quindici giorni mi
hanno chiamato. Uno dei tre manoscritti era piaciuto, però mi consigliavano di
lavorarci su. E così ho cominciato a scrivere e riscrivere, a produrre una
serie di stesure da cui prendeva forma piano piano il romanzo definitivo. Ci ho
messo un anno prima di arrivare in porto".
Un libro nato da ottime
letture?
"Amo molto leggere. Anche
se gli italiani non mi entusiasmano troppo, a parte scrittori come Claudio
Magris. Mi sento molto vicino ad autori come Robert Walser, Peter Handke. Forse
la mia infanzia in Svizzera mi ha avvicinato un po' di più al loro
immaginario".
Svizzero di genitori veneti?
"Sì, i miei genitori si
sono trasferiti in Svizzera per lavorare. Bellunese mia madre, trevigiano mio
padre, si sono conosciuti lì, e poi sposati. Io sono nato a Frauenfeld e i
primi anni sono stati piuttosto movimentati, perché abbiamo cambiato spesso
paese e casa. Questo girovagare si è riflettuto, pio, sulla mia personalità.
Credo derivi da un'infanzia passata in parte sui treni, con la valigia in mano,
la mia inquietudine, il desiderio di muovermi spesso. Di viaggiare".
Quando è tornato in Italia?
"Quando avevo sei anni. Ho
iniziato la scuola in Italia, a Gaiarine, vivendo per un po' di tempo con i
nonni. Poi sono ritornati anche i miei genitori".
A Pordenone come c'è
arrivato?
"Anni fa giocavo a calcio
con la Sacilese. Poi, il mio primo incarico come insegnante l'ho avuto in una
scuola di San Vito al Tagliamento. Pordenone l'ho scelta perché è a metà
strada tra il mio posto di lavoro e la casa dei miei genitori. Io sono ancora
precario: quest'anno ero in cattedra a Maniago. Ormai, la provincia pordenonese
l'ho girata quasi tutta".
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