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Gli orecchini verdi di Anna Daniela
(Claudio Segat)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Gli orecchini verdi di Anna Daniela è attraversato da una continua
“tenera luce” e da una levità che conquista subito il lettore; ma se la trama di
questa delicata storia d’amore s’intesse di un ricamo minimo, appena visibile,
in realtà Claudio Segat ha la capacità di cogliere quello che Rilke chiamava
“l’intimo accadere”: lo stupore e la bellezza, ma anche l’infinito, che si
celano nei risvolti segreti della quotidianità e nel cuore delle piccole cose.
Dentro l’impianto ‘minimalista’, la vicenda de Gli orecchini verdi di Anna
Daniela si snoda a ventaglio, delicatamente poliedrica, contraddistinta da
personaggi che risultano come trasognati, perfino misteriosi: l’autore esplora
appena le loro radici e il loro retroterra creando una sorta di sospensione.
Risaltano: Franz Cometa, “l’elusivo”, il suggestivo “lettore ambulante”; Maria
Luisa Cantico, l’ispanista dagli occhi malati che ha bisogno, per vivere, di un
lettore; Anna Daniela, giovane donna, inquieta ma determinata, toccata da una
luce e da una dolcezza straordinarie, in cui l’amore e una maturità antica
vincono sulle difficoltà, aprendo lentamente il cuore di Franz; Christine, la
bambina cieca, i cui occhi spenti vedono talvolta più degli “occhi sani”.
La città di Pordenone, mai nominata benché perfettamente riconoscibile, i
fiumi che la lambiscono, i magredi e lo stesso paesaggio friulano assumono,
anche se ben precisati nei loro lineamenti, un fascino inedito e arcano.
Il romanzo, pur nella sua leggiadria, è anche un libro philosophique,
un coinvolgente ‘giallo dell’anima’, un sensibile ‘manifesto’ narrativo contro
la volgarità dei tempi; che incanta e conduce a “una discreta felicità”.
Prima pagina
I
MARIA LUISA CANTICO
Il giorno della laurea, tredici anni fa, all’inizio
dell’estate, dopo tutte le ansie e le incertezze vissute nel periodo degli studi
universitari, non pensavo che la mia vita sarebbe diventata più triste e
difficile. Già nei giorni successivi alla discussione della tesi, sentivo la
laurea come un peso. E in quella prima settimana da laureato, poi, tutti a farmi
domande sul titolo appena ottenuto, a complimentarsi con me come se avessi fatto
chissaché, a invidiare il futuro che avevo davanti. E il nonno paterno, chetante
volte era venuto a trovarmi mentre studiavo per non rimanere assorto, la guancia
sulla mano, quasi addormentato, accanto alla stufa a legna (“Ti faccio un po’ di
compagnia senza disturbarti”, diceva), nn perdeva mai l’occasione di dire ai
compaesani e agli ospiti che suo nipote era dottore. Poco per volta mi si
chiariva una cosa: io non ero per così dire all’altezza della mia laurea. Non lo
sono mai stato neppure in seguito. La laurea è sempre stata per me un fatto
esteriore, nulla più; per certi aspetti è come se non l’avessi mai presa.
Elisabetta, cui mancavano pochi esami per laurearsi in
Filosofia, era quasi indignata per il mio “atteggiamento assurdo”, non capiva la
mia tristezza, la mia inquietudine, per lei avrei dovuto essere felice, e
soprattutto non capiva perché passassi ancora così tanto tempo a leggere e a
camminare per i campi, evitando di discutere con lei del “nostro futuro”. A un
certo punto cominciò a chiamarmi “l’elusivo”, che nelle sue intenzioni doveva
essere sia un’offesa che una provocazione. A me piaceva che mi ripetesse quella
parola ogni giorno. “Magari lo fossi veramente”, le rispondevo.
Comunque con Betty - come la chiamavano quasi tutti - le cose
non andavano bene già da un pezzo. […]
Rassegna Stampa
Claudio
Segat, un debuttante che piacerebbe a Rohmer ("Il Piccolo", 27 giugno
2003)
Segat,
scrittura con la virtù della pazienza ("Corriere del Veneto", 1
luglio 2003)
Infelicità
di un bancario che vuole volare lontano (Il Nostro Tempo, 18 gennaio 2004)
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