EDITRICE SANTI QUARANTA

Via Manin, 56 - C.P. 277 - 31100 TREVISO Magazzino: Via Muggia, 7 Ccp: 17837311 P.Iva: 021852210263 CF: MZZFRC39C16G846G

Tel/fax: 0422/433194

Torna alla Homepage

"Il Gazzettino", lunedì 9 gennaio 2006

 

CAVALLO: la montagna degli dei

La pordenonese Francesca Orlando firma il suo libro d'esordio con un serto di stupende fiabe e leggende

 

   Il Monte Cavallo è la grande montagna che domina, con le sue piramidi viola dette popolarmente i Cimoni, la pianura veneto-friulana sopra Pordenone. Il Monte si erge maestoso, con un balzo dalle colline sottostanti di oltre 2000 metri, toccando nel Cimon del Cavallo o Cima Manera, la punta più elevata, l'altezza di 2251 metri. L'imponente massiccio, nelle giornate trasparenti, è visibile anche da Venezia e dalla costa adriatica. Fin dai tempi lontani si è impresso nel cuore di molte generazioni di veneti e di friulani ispirando numerose fiabe e leggende.

   Francesca Orlando, con delicatezza e poesia, ha costruito per Santi Quaranta "Fiabe e leggende del Monte Cavallo ", libro ricco e pieno di fascino in cui l'immaginazione si unisce ai dati antropologici della tradizione montanara e alla geografia puntuale dei luoghi. Ne esce un'opera variegata, ma ben strutturata e polifonica. L'autrice ha creato tra le piramidi del Monte Cavallo un autentico regno di bellezza e di umanità, popolato di esseri meravigliosi: gnomi, folletti, streghe, agàne, fate, orchi, le "piccole Lali"...

   Il Monte , però, non si chiude in se stesso, non è arcigno o minaccioso, "dialoga" invece con i luoghi, i borghi, le cittadine che stanno ai suoi piedi; le sue "relazioni" si spingono fino alla Grotta Marina di Caorle, dove la Livenza, il grande fiume alimentato dal Cavallo e dal Bosco del Cansiglio, si getta nell'Adriatico.

   Francesca Orlando è nata a Pordenone l'8 marzo 1974. Dopo aver compiuto studi d'indirizzo classico, si è laureata in filosofia all'Università degli Studi di Padova. Nel 2001 si è trasferita a Modena, dove ha diretto il mensile locale Comunica; alla fine del 2003 è rientrata a Pordenone, città in cui attualmente vive e lavora. Giornalista pubblicista dal 2000, collabora con diverse testate, tra cui il Gazzettino, la Gazzetta di Modena e Il Sole 24 Ore Nord Est». È redattrice del sito informativo di Santi Quaranta.

   Fiabe e leggende del Monte Cavallo è il suo libro d'esordio. Ecco il primo capitolo, intitolato "Il Monte di Artemide".

   Tanto e tanto tempo fa, quando ancora gli dèi e gli uomini vivevano gli uni accanto agli altri, sul Monte Olimpo abitava, assieme a tutte le divinità, la dea Artèmide. Figlia del potente Zeus, era una fanciulla bellissima, con lunghi capelli intrecciati e occhi splendidi di un colore che pareva argento. Si prendeva cura di monti e foreste, ai quali portava la fresca rugiada e la pioggia ristoratrice. Ogni sera aspettava sull'Oceano il fratello Elios, che posava la sua quadriga dorata, sulla quale trasportava il Sole, e si addormentava. Il cielo si faceva buio e tenebroso, ma non appena Elios chiudeva gli occhi e veniva rapito dal sonno, sulla fronte di Artèmide si disegnava magicamente una mezzaluna, la sua pelle diventava magicamente una mezzaluna, la sua pelle diventava candida e nove sacerdotesse dall'Olimpo le portavano un cocchio di madreperla trainato da due cavalli bianchi, sul quale sedeva, splendente, la Luna. La dea saliva sul cocchio e, mandando i cavalli al galoppo nell'aria, lo portava in alto e la Luna, regina della notte, illuminava il cielo.

   Così, ad ogni calar del sole, Artèmide si trasformava in Selène, la dea della Luna. Percorreva il firmamento in tutto lo spazio e, al suo passaggio, accendeva le stelle, una ad una. Quando le sacerdotesse la chiamavano, riportava il carro là dove il suo viaggio era iniziato. Ad accoglierla c'era la sorella Eos, la dea dell'Aurora, che, dopo aver dipinto il cielo di rosso e arancione, risvegliava Elios, pronto per ricondurre il Sole al di sopra della nuvole.

Quando di giorno si ritrasformava in Artèmide, ciò che più la dea amava fare era cavalcare e cacciare. Prendeva arco, frecce e faretra e galoppava alla ricerca di cervi o cinghiali. Fino a sera scorrazzava per i boschi in compagnia delle ninfe silvane, giovani fanciulle divine protettrici di selve e ruscelli.

   "Alla sua età - dicevano le altre dee dell'Olimpo - dovrebbe pensare all'amore. Lei invece, come un uomo, impugna l'arco e saetta dardi tra le fronde degli alberi. E vive tra i suoi cavalli, disdegnando lo sguardo di qualunque giovane".

   Artèmide soffriva per quelle maldicenze:

"Non sarei felice - rispondeva - lontano dalla natura, dai boschi, senza il mio arco e le mie frecce. Amo i miei cavalli e loro ricambiano il mio affetto. I cavalli sono degli animali meravigliosi: sono esseri nobili ed intelligenti, forti e fedeli, bellissimi e sacri. Sono loro che conducono i nostri carri, il mio porta di notte la Luna al cielo, e quello di Elios trasporta il sole".

   Possedeva centinaia di cavalli, di ogni razza e con i mantelli più variegati e allevava i puledri donando loro tutto l'amore di cui le dee non credevano fosse capace. Ma esse continuavano a deriderla e un giorno Artèmide chiese a Zeus:

"Padre, a volte divento crudele e spietata, ma so che ti procuro un dispiacere quando accade. Ti chiedo allora di aiutarmi, per evitare che il mio istinto mi porti a punire chi mi deride. Donami, ti prego, un luogo dove io possa condurre tutti i miei cavalli e correre libera tra i boschi, lontano dal disprezzo e lo scherno delle mie compagne".

Artèmide aveva in passato più volte rivelato la sua indole vendicativa. Un giorno un uomo aveva osato guardarla mentre faceva il bagno ad una fonte e lei lo aveva trasformato in cervo e aveva poi lasciato che i suoi stessi cani lo sbranassero. Per questo, il padre degli dèi decise di esaudire il desiderio della figlia: dall'Olimpo rivolse il suo sguardo giù, ai piedi del monte divino, e scatenò un violento terremoto.

   Quando le scosse cessarono chiamò Artèmide accanto a sé e le disse:

"Figlia mia tu ami i monti e le foreste. Guarda, ho creato un monte laggiù, dove vivono gli uomini. Lo chiameremo Hyppos, Cavallo ; tra le sue vette simili a piramidi condurrai tutti i tuoi cavalli e, con le tue ancelle, sarai libera di cacciare tra i suoi boschi. Sarà il tuo monte . Vi abiteranno anche gli uomini, ma lì, nessuno oserà disapprovare il tuo amore per la caccia ed ogni notte continuerai a portare la Luna al cielo".

   Tutte le ninfe accompagnatrici della dea seguirono Artèmide sul monte : le Naiadi abitarono le sue fonti e i suoi corsi d'acqua, le Orcadi le sue rocce, le Alsèidi le sue selve e i suoi boschi. La dea della caccia cavalcava libera e felice facendo strage di cinghiali e così, anni e anni trascorsero sereni.

   Ma un giorno, mentre galoppava veloce tra i boschi, Artèmide trovò sulla sua strada un gregge e fu costretta a fermare la sua corsa.

"Chi guida questo gregge?" domandò adirata.

"Io" rispose un pastore alle sue spalle.

   La dea si voltò, pronta a minacciare l'uomo se non avesse subito fatto accelerare il passo alle sue pecore e liberato la strada, ma non appena i suoi occhi incontrarono quelli del pastore, Èros, il dio dell'amore, la colpì con una delle sue frecce.

"Come ti chiami pastore e dove vivi? chiese faticando a nascondere una nuova e sconosciuta emozione.

"Endimione - rispose l'uomo -, e vivo qui, su questo monte . Non ho una casa, dormo all'aperto, perché sono un cacciatore. "E tu chi sei?" chiese curioso, anch'egli innamoratosi al primo sguardo della misteriosa fanciulla.

"Una ninfa, solo una ninfa del bosco" mentì Artèmide, e fuggì lontana sul suo cavallo bianco.

   Salita al cielo alla guida del suo cocchio, quella notte Selène non riusciva a dimenticare gli occhi di Endimione, né a mettere a tacere il desiderio di rivederlo, anche solo per ammirarlo. Così, a metà corsa, scese sul monte e cercò il pastore, fino a che lo vide, mentre dormiva su una roccia, con l'arco poggiato al suo fianco. Si avvicinò piano a lui e lo guardò a lungo, per il resto della notte.

   Tornò dal suo amato ancora e ancora, e gli dèi dell'Olimpo si accorsero che regolarmente la Luna scompariva dal cielo. Artèmide provava vergogna per quella segreta passione; solo Afrodite, madre di Èros, poteva comprendere e proprio a lei la dea rivelò il suo segreto.

"Ti chiedo aiuto divina Afrodite" le disse.

"Ma cosa ti succede, o Luna? - le chiese la dea della bellezza -. Perché fermi il cocchio solo per andare a guardare il pastore? Così lasci il tuo corso a metà".

"Lo so, mia dea - rispose Artèmide -. Chiedilo a tuo figlio, è lui la causa di tutto questo".

"Èros! - esclamò Afrodite -. Quante ne combina anche a me che sono sua madre! Più volte l'ho minacciato di spezzargli l'arco e la faretra e di spennacchiare le ali dei suoi sandali. Lui piange, dice che non scaglierà più le sue frecce, ma poi non resiste alla tentazione e i suoi dardi sfrecciano ancora nell'aria colpendo qualche altro mortale trascinandolo così nelle pene dell'amore. Ma dimmi, è bello Endimione?".

"A me sembra bellissimo - fece Selène - soprattutto quando, disteso su una rupe, con i dardi che gli scivolano tra le dita della mano sinistra e la mano destra piegata intorno al capo, respira nel sonno e il suo respiro, profuma d'ambrosia. Allora io mi avvicino in silenzio, camminando in punta di piedi per non svegliarlo. Che altro dirti se non che mi sento morire d'amore? Ma lui è un mortale, io una dea. È un amore impossibile".

"Non lo sarà più se chiederai a tuo padre di aiutarti ancora una volta. Va da lui e domanda per il tuo amato l'immortalità".

Artèmide corse allora da Zeus:

"Ti chiedo aiuto per l'ultima volta padre - gli disse -. Corona il mio desiderio d'amore. Concedi a Endimione l'immortalità, così che io possa averlo per sempre al mio fianco". Zeus annuì:

"Questa è davvero l'ultima volta che ti vengo in aiuto - la avvertì però - o tutti gli dèi si ribelleranno al mio potere".

   Ma Afrodite aveva dimenticato di ricordare a Selène che assieme all'immortalità avrebbe dovuto chiedere per il suo amato anche l'eterna giovinezza, altrimenti, pur vivendo per sempre, Endimione avrebbe perso la sua bellezza, i suoi capelli sarebbero diventati bianchi e la sua pelle sarebbe stata solcata dalle rughe del tempo. La dea della bellezza corse da Artèmide, ma era ormai troppo tardi.

Quella notte, Selène ancora una volta fermò il suo carro e scese sul monte alla ricerca di Endimione. Si avvicinò a lui, si distese al suo fianco e lo baciò sulle palpebre addormentandolo in un sonno eterno. Nascose poi l'amato in una grotta e se ne andò, proseguendo la sua corsa nei cieli.

   Da quel giorno la Luna scompare dal cielo per tre notti al mese, durante le quali la dea Selène entra nella grotta, celata sulla vetta più alta del Monte Cavallo chiamata Cimon del Cavallo, dove dorme Endimione, e coi suoi raggi bacia il bellissimo pastore che sogna l'amata fanciulla dagli occhi d'argento.

 

webmaster Marco Giorgini