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Le
lettere italiane non mancano certo d’una tradizione favolistica
degna di rispetto, redatta sia il lingua che nei vari dialetti della
penisola. Nel primo caso, un nome che ha aperto la via lasciando, nel
genere, notevole impronta è quello di Luigi Flacchi, detto il Clasio,
toscano, che con le sue “Favole” del 1795, ambientate nel Mugello,
intende fornire, lui sacerdote e accademico della Crusca, chiari
esempi di bello stile e ammaestramento morale.
In ambito dialettale, il primo nome che viene in mente è
quello di Giovambattista Basile, napoletano del Cinque-Seicento, la
cui raccolta “Lo cunto de li cunti”, tradotta tra l’altro in
italiano dal Croce, e in cui l’elemento dotto s’intreccia con la
fantasia popolare, ebbe il merito di stimolare l’ispirazione
d’importanti autori stranieri, quali il Perrault e i fratelli Grimm.
In tempi più vicini a noi, sono da ricordare le fiabe di Guido
Gozzano, rivolte ai giovani e ai meno giovani, dov’è molto vivo il
senso della magia e dell’avventura, con le quali però i
protagonisti non possono venire a capo d’ogni difficoltà se non
dotati anche di saggezza e determinazione. Diversi i casi infine di
Gianni Rodari e Italo Calvino, in quanto i personaggi delle loro fiabe
divengono simboli per interpretare fatti e situazioni della realtà
contemporanea.
Abbiamo ora letto con piacere il volume di Luigina Battistutta
“Fiabe e leggende della Livenza”, edito da Santi Quaranta,
opera prima di questa scrittrice friulana, che sembra rientrare, fatte
salve le differenze, nel filone tracciato da un altro letterato di
questa regione ricca di fantasia vivace e a un tempo articolata: Carlo
Sgorlon. Si tratta di quell’attitudine narrativa nostalgicamente
volta alla salvaguardia del patrimonio di cultura, tradizioni e
costumi popolari che per secoli hanno costruito il substrato stesso
della civiltà del Friuli, i cui abitanti, laboriosi e tenaci, pur
nelle prove più ardue della loro storia, hanno serbato il culto di
valori umani fondamentali.
Il progetto incalza, si tende a un superamento delle differenze
sociali, nuovi modelli ed esigenze insorgono; ma è giusto non
dimenticare le proprie origini, la sana mentalità di una volta, una
concezione cioè del vivere che, poggiando su sentimenti e valori
umani irrinunciabili, si può trasferire di generazione in
generazione, e adattarsi a ogni nuova struttura sociale. Sgorlon non
sembra propenso a credere che radicati principi di cultura e
psicologia popolare possano stabilire compromessi con la modernità;
li ritiene con più probabilità destinati a sparire.
Al confronto, il senso che informa quest’opera d’esordio
della Battistutta è, certo in una più contenuta visione d’insieme,
molto aperto e ottimistico. Ella ha una fisionomia propria, per cui la
sua espressione, anche rispetto agli scrittori citati, ha intenti
abbastanza netti. Non descrive, ad esempio, i luoghi della sua
infanzia, la Pedemontana friulana (come aveva fatto il citato Clasio
per il Mugello) al fine di trarne spunti di spirito e colore locale da
disciplinare e educare; non ricorre all’elemento magico, come
Gozzano (di cui, peraltro, pare tenga presente la tendenza alla pausa
contemplativa e allo stile limpido e rarefatto), per movimentare e
rendere avvincente la trama. La Battistutta scrive essenzialmente per
il piacere di scrivere, di rievocare, con leggerezza di tocco e di
linguaggio, quasi usasse il racconto come specchio in cui ritrovi la
sua immagine di bimba, scherzosa e lieta a contatto con i suoi cari,
la sua gente, le sue tradizioni.
Solo indirettamente la Battistutta vuol fare opera
d’edificazione morale attraverso caratterizzazioni di onestà,
naturalezza, probità di costumi. L’intento polemico con il tempo
presente, in lei, o è generico o manca del tutto. La scrittrice non
giunge alla formulazione di una morale precisa; la trae piuttosto
dalle cose, e come in molti casi di scrittura femminile, l’estetica
tende a coincidere con l’etica. Tutto ciò che è genuino,
naturalmente bello perché sincero, non corrotto dall’avidità e
dall’egoismo, tutto ciò che è spontaneo come l’infanzia, è
anche buono, e costituisce l’essenza della vita.
L’ottimismo della scrittrice consiste nel ritenere possibile
per l’uomo mantenere semplicità di cuore e di mente a qualunque
stadio evolutivo egli appartenga, a qualunque classe sociale.
Significativi, al riguardo, alcuni racconti, di cui citemero i titoli
“Tutti muti alla Sagra degli Osei”, “L’asino e il
contadino”, “L’apparizione della Madonna alla Motta di Livenza”,
“Il conte mendicante”. Potrebbero sembrare efficaci quadretti, o
bozzetti, vivide rappresentazioni di abitudini e costumi locali; ma
non è cosi. La Battistutta non si può etichettare come scrittrice
regionale, non foss’altro perché l’epoca del realismo è
trascorsa da un pezzo.
Bisogna dunque ammettere che le sue sono vere favole, perché
fanno appello a un istinto umano primordiale, quello fantastico,
tipico della fanciullezza, anche se l’autrice ama ambientarli non in
paesaggi esotici o immaginari, ma nei luoghi prediletti della sua
giovinezza, probabilmente per dimostrare che non si è distaccata da
esse, ma che le rivive in altre forme, inalterate nella sostanza, nel
fondo del suo animo.
E cosi il lettore si abbandona volentieri al flusso lieve della
Livenza che, nata nella Carnia, mormorando nel suo percorso fino a
Carole, sull’Adriatico, riporta alla memoria storie e leggende care
a chi è nativo di quella terra, storie in cui talora è dato
rinvenire anche echi di saghe nordiche, essendo sempre stata la
regione punto d’incontro, e fusione, di civiltà diverse. Ed anche
che non sia friulano s’appassiona a quel modo di narrare perché
sente nell’autrice la discrezione, e l’intensità, necessarie a
trascendere confini puramente geografici.
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